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Niente missili russi e mai più euromissili nucleari USA/NATO in Europa e Mediterraneo

 

24 Giugno 2019

 

 

 

 

 

 

MAI PIU’ MISSILI NUCLEARI USA/NATO IN EUROPA E MEDITERRANEO

 

 

 

Il ritiro russo dal Trattato INF segue quello statunitense. E’ uno scenario che prelude il ritorno in grande stile dell’epoca delle spiralizzazioni, delle rincorse al riarmo nucleare e dei missili “eurostrategici” e il loro dispiegamento in Europa..

Non c’è più nulla da presagire. E’ un fatto scontato.

Eppure, è un fatto che va bloccato con decisione, con assoluta fermezza da parte delle cancellerie europee tutte. Nessuna si potrà  e si dovrà defilare. E’ una scelta di campo inevadibile, necessaria, obbligata.

O con l’Europa o contro l’Europa.

Il corso della politica di egemonia assoluta espresso dalle diverse presidenze statunitensi a partire da quella di Bush senior ha intrapreso il perseguimento del caos più ampio possibile a livello planetario. Lo sconquassamento “sul campo” di ogni cosiddetta teoria delle asimmetrie strategiche e geopolitiche, della multipolarità con i corredi dei conflitti non convenzionali più o meno sotto rinnovate spoglie e con origini e cause omnidirezionali è stato realizzato dagli strateghi della finanza, dell’industria bellica e del ministero della guerra US in modo egregio e impareggiabile.

Siamo di fronte non a una teoria ma a una dottrina occulta che si è rivelata ai pochi dei pochi un poco per volta e che ancora è non conosciuta e risulta perciò del tutto incomprensibile alle masse dei popoli europei e non soltanto, e in primis allo stesso popolo statunitense. E’ la dottrina che appropriatamente possiamo definire non più come dell’instabilità indotta ma del caos manovrato.

Questa strategia del caos supera di gran lunga le possibilità operative delle forze armate americane, che sono quelle di potere sostenere contemporaneamente due conflitti e mezzo nelle più diverse parti del globo.

Lo sprint dato da ben più di due decenni in qua all’aumento delle spese militari atte a supportare una crescita tecnologica prima mai vista e pensata è stato utilizzato come strumento atto a realizzare un’ egemonia assoluta a garanzia dei ritorni delle operazioni tossiche della finanza US. Operazioni tossiche hanno arrecato danni incalcolabili urbi et orbi, quindi sia ai cittadini americani che alle finanze e alle economie dei Paesi amici, più avanzati e alleati.

Sprint realizzato altresì a garanzia di un incontrastato dominio in fatto superiorità h.t. e d’imposizione delle esportazioni come in modo esemplare insegna l’affaire dell’35, e comprensivo di gravami enormi e divieti a esportazioni di tecnologia made in US verso Paesi terzi. E, ancora, a garanzia dei più diversificati ventagli di operazioni occulte che dopo le prime due guerre contro l’Iraq di Saddam Hussein (la prima, condotta dall’orchestrata “coalizione internazionale”, la seconda direttamente in proprio da US e Regno Unito), con il pendant conclusivo del giallo della distruzione delle torri gemella a New York. Destabilizzazioni e crisi che  sono state diffuse a livello epidemico nei più diversi teatri del pianeta.

Tutto questo quadro, il cui sviluppo cronologico ci ha presentato contesti sempre più foschi, ha reso il post abbattimento del muro di Berlino e il post crollo del totalitarismo dell’universo concentrazionario sovietico un qualcosa che si è quasi dileguato nelle brume della memoria, come anticaglia di un’età remota.

La decisione dell’allora presidente Reagan, presa collegialmente in ambito NATO, di fare installare nel Regno Unito, in Germania e in Italia i due distinti tipi di euromissili con testate neutroniche (rivoluzionaria arma nucleare non ancora in possesso dell’arsenale sovietico) e la crescita dei bilanci della difesa dei Paesi NATO del 3% annuo reale determinò il crollo dell’impero comunista. Tutte le risorse dilapidate dal partito comunista sovietico per decenni al fine di conseguire una schiacciante superiorità militare e così finalmente attaccare l’Europa sul fronte centro-occidentale e finlandizzarla per intero da Nord a Sud, tanto da portare direttamente il confronto con gli USA negli e sugli oceani, non erano servite a nulla.

Ormai era impossibile incrementare lo sforzo bellico: la popolazione viveva da sempre in condizioni di notevoli privazioni, tipiche di un’economica di guerra, e gli scienziati non erano in grado di produrre l’arma neutronica in breve tempo, anche con gli apporti dello spionaggio. L’attacco convenzionale all’Europa preceduto da strike nucleari mirati, con la distruzione di alcune città, al fine di fare piegare l’Europa ed evitare un’ecatombe di molte decine di milioni di morti, in omaggio al meglio rossi che morti, era diventato realizzabile e cosa certa fin prima delle decisione di Reagan di dispiegare tali armi in Europa occidentale. Con il ricorso all’arma neutronica quale strumento da primo e unico strike d’interdizione della NATO, anche sfruttando al meglio l’iniziativa dell’attacco, le soverchianti forze sovietiche sarebbero state isolate e distrutte con precisione chirurgica. Le popolazioni dell’Europa centrale sarebbe state coinvolte solo marginalmente. Perfino i soltati sovietici uccisi sarebbero stati compresi entro cifre non vertiginose.

L’arma neutronica fu una rivoluzione di tecnologia bellica clamorosa che sventò l’attacco che ci si aspettava da un giorno all’altro e portò a una vittoria definitiva senza combattere. Essa, con la susseguente implosione dell’impero sovietico, dischiuse le porte del futuro alle aspettative di un’età di  incontenibili sogni di pace e di aspirazioni a realizzare nuove forme di coesistenze senza più la minaccia della soglia del terrore. La frontiera dei questo nuovo mondo si palesava come una dimensione della realtà.

Così come dopo la seconda guerra mondiale, gli USA espressero una volontà di pace sincera, che portò al ridimensionamento dell’apparato bellico (dalla flotta delle 600 navi combattenti si passò a una flotta pressoché dimezzata), ad aiuti internazionali, alla pre – rifondazione dottrinale dell’impiego operativo della NATO e dei teatri geopolitici.

Ma l’acme del processo raggiunto con il partenariato NATO – Russia, con la trasformazione del G7 in G 8 e con l’incontro dei maggiori leader a Roma (Pratica di Mare), subì un veloce se non repentino tracollo.

I potentati finanziari e dell’industria non potevano reggere davanti a un’assenza di guerre  fredde pronte a esplodere e a un’epoca di pace perché non lo volevano. Senza un reale nemico in grado di tenere in piedi l’equilibrio del terrore, ovvero il MAD, Mutual assured destruction,  gli iperbolici profitti non potevano godere di certezza di continuità. 

Essi non volevano convertire le loro strategie. E non le convertirono. In questi potentati, spiccarono presto e spiccano nomi di collaboratori di prestigio del circolo del vittorioso Reagan. Sono stati fra i maggiori e più terribili co-attori dell’imperialismo americano degli ultimi vent’anni.

L’impossibilità politica, economica e militare russa di opporsi al dilagare delle incursioni in lungo e in largo del nuovo corso della politica dei falsi e delle guerra della Casa Bianca e del consociato Regno Unito con tutto il vassallaggio di contorno, determinò e con i suoi strascichi e dilatazioni determina ancora un netto salto di qualità delle operazioni di strozzamento e di aggressione anche lungo tutto l’arco delle frontiere terrestri e mediterranee dell’Europa.

Destabilizzazioni su destabilizzazioni, interventi armati indiretti e diretti, in barba a qualsiasi pur minimo rispetto del diritto internazionale. Alleati europei assillati, ricattati condizionati cronicamente e Russia circondata e assediata, con il palese tentativo di strozzamento economico.

Non sta alla politica americana dire quali siano e soprattutto quali sono i reali interessi degli altri popoli e qui in modo specifico quali sono gli interessi dei popoli europei. Non è potere della politica americana surrogare la sovranità dei popoli europei e dei loro governi.

Sta semmai alla politica americana intraprendere un doveroso e oneroso corso di auo denuncia, di riscatto politico a livello mondiale e d’onore:

ridefinire in senso non aggressivo il concetto di “interesse nazionale”.

Con la definizione ancora in auge, gli strateghi statunitensi dell’800 forgiarono una formula e un concetto e un’intera dottrina in cui si celava, dietro la sottile e ingannevole patina della rivendicazione della libertà dei commerci dei padri fondatori in aperta lotta contro i ladrocini del governo di Londra, la più esplicita dichiarazione di intenti aggressivi e del perseguimento di finalità egemoniche su larga scala temporale e spaziale.

Libertà di commercio non significa imporre ad altri di commerciare con me se non lo vogliono, e soprattutto non significa imporre il commercio alle condizioni che io voglio.

Questi concetti basilari sui libri di storia ancora oggi non vengono quasi mai presentati e men che mai “declinati” nei loro reali significati.

Il tentativo egemonico di Washington è stato rigettato dall’Unione Europea, che ha saputo respingere la scandalosa e impari “proposta” commerciale di Obama. Oggi Trump torna alla carica, con modi ancora più arroganti e minacciosi. E’ un’assurdità politica che va stoppata e confinata entro il recinto delle declamazioni retoriche. Ma per potere fare questo, sia il Dipartimento di Stato, sia quello del Commercio sia il Pentagono devono accordare e convertire i loro obiettivi e i loro programmi a finalità diverse. Non di meno, gli strateghi che contornano il presidente in carica e gli analisti di maggior grido della Cia e delle altre maggiori agenzie federali coinvolte.

La “guerra dei dazi” in corso, con le profonde e prolungate destabilizzazioni dei commerci mondiali provocate dall’amministrazione Trump come “ritorsioni” all’incontrollabile espansionismo cinese in realtà nasconde lo sviluppo di più scenari cinici e indicibili.

La più completa buona fede espressa ai tempi dell’apertura del GATT poi WTO alla Cina comunista (protagonista della strage di Tienanmen di cui si celebra nel mondo ma non a Pechino il trentesimo anniversario) sotto la presidenza dell’italiano Renato Ruggiero, non può tenere coperto quanto segue.

Con il credito dato allora all’operazione statunitense e delle sue maggiori società finanziarie e di “trade” internazionale, non potevamo allora e non possiamo oggi pensare che l’oligopolio finanziario e industriale della grande “isola” semicontinentale posta fra gli oceani potesse intraprendere una simile scelta senza avere dapprima preparato i percorsi offerti dalle più diverse possibili evoluzioni degli scenari. Pensare diversamente, sarebbe non tanto una cosa sciocca quanto frutto di grave e pericolosa miopia e d’ “infermità” diplomatica.

 

Oggi più che mai abbiamo bisogno di avere interlocutori equilibrati e credibili ancorché saggi con cui rapportarci con Washington.

 

L’intreccio degli interessi e delle presenze commerciali fra le due sponde dell’Atlantico è enorme. Non solo il Regno Unito con la formidabile British Aerospace ma pure l’Italia con le sue due maggiori aziende produttive nella cantieristica navale e nell’aerospazio ha industrie negli USA che producono secondo gli stringenti protocolli a cui sono assoggettate le compagnie straniere. Ugualmente presente in modo massiccio è la Germania. L’industria americana sul suolo europeo è onnipresente a tutti i livelli.

La schiacciante supremazia tecnologia statunitense va oramai contenuta e delimitata in ogni settore. Cyberspazio, profondità oceaniche, armi laser e nuova opzione nucleare sono frontiere da “calmierare” con sedute psicoanalitiche, training autogeni e interlocuzioni e confronti ma non ultimatum nei fori internazionali. Sono altresì da seguire le trame anti trame cinesi, giacché esse possono nascondere più di un preludio a un futuro duopolio sino-statunitense che già da adesso va bloccato da Europa e Russia con India e altre Nazioni.

La sistematica aggressione e distruzione dei regimi sì fortemente autoritari e perfino dittatoriali delle regioni islamiche del Vicino Oriente e del Nord Africa costituisce un’altrettanta sistematica aggressione alla coesistenza e pure agli interessi più vitali dell’Europa. Il ruolo svolto da questi regimi comunque laici e occidentalizzati ha costituito fomite di penetrazione di modelli anti esclusivisti e anti integralisti nell’ambio religioso, in quello culturale e in quello sociale.

Il loro abbattimento ha avvantaggiato il riflusso verso le manifestazioni più fanatiche e settarie del panislamismo di origine shiita ma soprattutto, da anni e a più ampio giro d’orizzonte e in forma molto più ramificata e virulenta, di quelle sunnita. Si richiede una correzione di fondo all’esposizione e al coinvolgimento geopolitico statunitense-israeliano. Le mene israeliane e saudite vanno contenute e respinte. Il fanatismo unilaterale di Trump e di senato e congresso USA va stigmatizzato. Su questo terreno, si consiglia benevolmente agli strateghi USA di tornare alle posizioni degli anni ’50.

La costa mediterranea e il suo profondo retroterra storico-antropico, sotto i più diversi aspetti del suo intero sviluppo, anche dopo la cesura della continuità dell’ecumene causata dal plurisecolare antagonismo religioso, costituisce parte del cuore del mondo euro-afro-asiatico dell’odierna e della futura Europa, ossia Eufrasia.

A questa sfera è da riportare l’Egitto, sottraendolo ai pesanti condizionamenti sauditi, americani e francesi. La Libia va pacificata e protetta in modo diretto, la Tunisia aiutata in modo continuativo nel suo sviluppo economico e sociale, così il Marocco, unica nazione monarchica del Mediterraneo africano. La sua casa regnante è un illuminato esempio di guida del potere temporale in cui non sussistono forme d’integralismo d’ispirazione regia: importantissima differenza rispetto a tutte le altre case regnanti del Vicino Oriente.

L’Algeria costituisce altro punto di riferimento di primissimo piano, davvero insostituibile. Essa è l’unico sistema democratico di tipo occidentale cha ha saputo resistere per primo alla violenza sanguinosa e pseudo religiosa da altri ispirata e organizzata. La scelta laica, nazionale e socialista, non priva di situazioni formali e sostanziali problematiche, come per altri versi quella dell’Egitto, la conferma come unico modello occidentalizzato che ha saputo mantenere una sua autonoma politica estera e di difesa e che del superato pan-arabismo e pan-islamismo costituisce pedina di alcun rilievo.

Si auspica che i dissidi e le tensioni infra-regionali e trans sahariani anche accesi fra i governi di queste Nazioni possano venire placati e ridimensionati alla luce, e alla comprensione e condivisione da parte loro, della nuova realtà geopolitica d’Eufrasia e del necessario avvio di ulteriori e più accentuate forme in cui esse sin dal più prossimo futuro possano essere rese più direttamente partecipi nell’ambito dell’odierna Unione Europea. Primi proficui passi e riscontri di questo scenario saranno le realizzazioni di infrastrutture e impianti produttivi nel Mediterraneo africano da parte delle imprese industriali europee.

 

Le classi egemoni degli USA devono farsi una ragione del potere e dovere convivere nel mondo come rappresentanti di una super potenza che riuscirà finalmente a rapportarsi e a commerciare con gli altri senza dovere disseminare guerre, sanzioni e intromissioni violente e opache. Assieme a quanto qui abbiamo rappresentato, ricordiamo e sottolineiamo che il primo passo è quello di porre termine allo strangolamento russo e al ricatto economico e militare all’Europa.

Coesistenza pacifica. Abbiamo bisogno di ricordare i mirabili esempi di comuni cittadini dell’età della guerra fredda?

Si? Eccone due. 7 agosto 1987, la nuotatrice di Boston, Lynne Cox si tuffò nelle gelide acque di un’isoletta al centro dello stretto di Bering, dal lato dell’Alaska americana, e nuotò per 3,7 km. per raggiungere le coste della vicina isola asiatica dell’Unione Sovietica (isole Diomede). Non molti giorni prima, la sera del 28 maggio 1987, lo studente e aviatore tedesco Mathias Rust atterrò a Mosca, dopo avere invano tentato sulla Pazza Rossa, con un piccolo aereo da turismo sul ponte Bol’šoj Kamennyj Most.

 

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