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FRA RETROSPETTIVE TORMENTATE, VIOLENTO PRESENTE E FURIOSO FUTURO. PER CAPIRE LE AGGRESSIONI USA, ECCO RIPROPOSTA LA NOSTRA VISIONE GEOPOLITICA. ANNICHILITA DALLA ‘CASA BIANCA’? LETTURA INDISPENSABILE

2024 05 26

RIPROPONIAMO LA VISIONE GEOPOLITICA DEL

‘CAPO CIRCEO’

PRO EUFRASIA

Niente missili russi e mai più euromissili nucleari USA/NATO in Europa e Mediterraneo

  24 Giugno 2019             MAI PIU’ MISSILI NUCLEARI USA/NATO IN EUROPA E MEDITERRANEO       Il ritiro russo dal Trattato INF segue quello statunitense. E’ uno scenario che prelude il ritorno in grande stile dell’epoca delle spiralizzazioni, delle rincorse al riarmo nucleare e dei missili “eurostrategici” e il […]

Dall’Unione Europea a Eufrasia. Il Mediterraneo cuore di Eufrasia 1.

04 Febbraio 2017

Dall’Unione Europea a Eufrasia. Il Mediterraneo cuore di Eufrasia 2.

05 Febbraio 2017

3. Dall’Unione Europea a Eufrasia. Dall’Atlantico all’Artico e ai problemi interni

02 Marzo 2017

4. Dall’Unione Europea a Eufrasia. Il gap tecnologico e dell’iniziativa politica USA diventa incolmabile?

21 Aprile 2017

ARCHIVIO EVENTICOMUNICATIEDITORIALI E ARTICOLIFINALITÀ

Dall’Unione Europea a Eufrasia. Il Mediterraneo cuore di Eufrasia 1.

04 Febbraio 2017

DALL’UNIONE EUROPEA A EUFRASIA

CONTESTI INTERNI E INTERNAZIONALI.
PROSPETTIVE DI SVILUPPO E LORO DIREZIONI.
Confini marittimi, politica estera e difesa comuni: cosa deciderà il Regno Unito del dopo Brexit? E soprattutto, cosa deciderà la Francia? Ecco le nuove sfide che l’UE ha da risolvere a breve. –
Allargamento meridionale e orientale. Affrancamento dalle sopravvivenze e dai ruderi coloniali.
Il Mediterraneo cuore di EUFRASIA.

Aion, mosaico di Sentium

Aion, mosaico di Sentium

ratto di Europa - Montesarchio cratere-Assteas-2-223x300

ratto di Europa, Montesarchio

museo del bardo leoni

museo del Bardo, Tunisi, leoni

Prima parte

Attraverso la lettura di questo articolo, che si intreccia su più percorsi, riteniamo in particolare che i lettori non specialisti, verso i quali si dirige maggiormente la nostra attenzione, potranno approdare a nuove importanti conoscenze in merito ad alcuni dei più delicati e spinosi aspetti delle dinamiche mediterranee e mondiali e di alcune retrospettive storiche che è necessario richiamare per rafforzare il ruolo della continuità statuale che viene ad afferire all’UE e quindi in ultimo a EUFRASIA (terre d’Europa, Africa, Asia aventi il baricentro nel Mediterraneo).

I lettori potranno altresì conoscere e ponderare le valutazioni e i giudizi in esso espressi, che esplicitano e corroborano le linee di forza che fanno veleggiare le prospettive volte a edificare il futuro euromediterraneo. Potranno così esprimere condivisione o meno.                    

Si avrà un’ulteriore possibilità di arrivare a una più nitida focalizzazione di queste tematiche, inoltre, grazie alla lettura di quanto presenta l’articolo del Prof. Umberto Leanza, che verrà pubblicato in via separata.*

L’Autore, importante studioso di diritto internazionale, presenta la realtà odierna dei confini marittimi del Mediterraneo centrale alle luce delle trattative ufficiale fra le delegazioni degli Stati interessati.

Tutto   questo è importante ai fini di quanto promuove il “Capo Circeo”. Ovvero: maggiore inclusività di Popoli e Stati mediterranei e delle vaste regioni pontico-caspica e russo-ucraina, nel processo di ampliamento dell’attuale Unione Europea e della sua futura trasformazione in EUFRASIA.

La costa mediterranea africana verrà a svolgere dunque un ruolo di primo piano, ad iniziare dalla Tunisia, dall’Algeria, dalla pacificata Libia. **

*L’articolo del Prof. Umberto Leanza (Vice Presidente SIOI, componente del Comitato d’Onore del PECC), che sarà pubblicato a ruota su queste pagine, ripreso dalla prestigiosa Rivista Marittima (mensile della Marina Militare Italiana), affronta le scottanti tematiche dei confini marittimi nel Mediterraneo centrale. Risulterà particolarmente illuminante per tutti i lettori perché getta luce sul confronto fra Italia, Malta, Libia, Tunisia e sulle maggiori problematiche mediterranee.

** Il PECC  lascia libertà di utilizzare il materiale pubblicato purché si rispetti in modo rigoroso di evitare di operare interpolazioni e falsificazioni dei testi riprodotti e purché si citino espressamente la fonte e l’autore, e senza volere esercitare alcuna rivendicazione di diritti editoriali o di atra natura in qualsiasi sede.

— Analisi, valutazioni, giudizi, prospettive e linee di tendenza delineate nel presente articolo sono ideazione e elaborazione dell’autore, Domenico Cambareri, quale corredo concettuale atto a divulgare ciò su cui è impegnato il Consiglio Direttivo dell’Associazione Premio Europeo Capo Circeo. Esse non impegnano il pensiero dei singoli componenti del Comitato d’Onore, della Commissione per l’Attribuzione del Premio, delle Rappresentanti del PECC.

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 DALLA SOVRANITA’ EUROPEA

EUFRASIA

PROSSIMA VENTURA

Noi ci muoviamo verso un’ Unione che va be al di là di quella dei Trattati di Roma e del Trattato di Lisbona. Un’Europa che va ben al di là di Aquisgrana e di Ventotene.

Auspichiamo e vogliamo una completa integrazione e inclusività  politica, culturale e economica . Assieme alla più attiva, coinvolgente e urgente difesa del futuro delle giovani generazioni euromediterranee e perciò della sopravvivenza di questi popoli.

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Senza enfasi alcuna, nella realtà mondiale contemporanea ultima, il ruolo di assoluto rilievo che rivestono le definizioni amichevoli e pacifiche o meno dei confini marittimi è assolutamente cruciale.

Da queste definizioni, soprattutto alla luce del Trattato ONU di Montego Bay e alla luce di discordanze, contestazioni o violazioni con/di quanto in esso contenuto, discendono pure gli aspetti più controversi e potenzialmente conflittuali nel contesto delle relazioni internazionali e degli scenari in atto e dei loro prossimi e ulteriori sviluppi.*

Ad iniziare dalle linee di forza che i programmi politici e le correlative disposizioni strategiche (su biosfera ambiente e salute, energia sfruttamento del sottosuolo e delle trivellazioni marine e economia con infrastrutture e libertà di commercio e transito navale, aereo, spaziale e terrestre, dottrine d’impiego e apprestamenti militari + intelligence e sicurezza in/ex) dei governi dei Paesi coinvolti indicano e indicheranno, in maniera non necessariamente palese, agli osservatori internazionali, al mondo dell’informazione e ai politici stranieri.

*Ad esempio, la sicurezza cibernetica e quella spaziale hanno già acquisito un loro adeguato profilo. E’ indispensabile che nell’ambito delle relazioni internazionali e delle dottrine giuridiche trovi forte impulso la definizione e classificazione dell’inquinamento ambientale tossico prodotto dalle attività umane di una nazione. Quanto le susseguenti valutazioni e sanzioni per i danni che esso provocherebbe in modo prolungato o comunque definibile rilevante attraverso l’aria e le acque dolci e marine, e quindi venti e correnti: non solo all’ambiente antropico ma alla biosfera di Paesi confinanti o danneggiati in maniera rilevabile. E’ un dato di fatto che le linee di tendenza sono queste e che idrografia oceanografia e meteorologia sono discipline che assurgono sempre più di importanza, come, nell’ambito della salute, genetica tossicologia e endocrinologia.

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Come la storia illustra con tanti esempi e come le dinamiche internazionali più recenti indicano, le relazioni diplomatiche sono suscettibili di repentini deterioramenti, in particolare laddove le frizioni si ripetono in contesti, zone, aree geopolitiche di rilevante persistenza rivendicativa e criticità. Frizioni e deterioramenti che incidono sulle “proiezioni” e “profondità” marittime e oceaniche delle Nazioni coinvolte, sino al punto che gli equilibri complessivi possono risultare perturbati e perfino compromessi. Analisi sulle “profondità” geopolitiche terrestri possono condurre a non dissimili conclusioni.

In tutto questo, la sicurezza di godere rotte di navigazioni assolutamente libere e sicure è il dato prioritario a livello planetario quanto euromediterraneo, specie in riferimento a isole, arcipelaghi, stretti. Il bene della coesistenza e della pace è il suo più importante frutto.

Nella realtà geopolitica in cui viviamo noi italiani e europei – quella mediterranea o euroafroasiatica – questi aspetti sono esaltati al massimo e spesso su di un terreno che rappresenta contenziosi aspri e difficili.

Basti pensare a quelli greco-turchi e ai problemi connessi con la rivendicazione integrale dello zoccolo continentale sia pure davanti a consistenti presenze numeriche di isole e arcipelaghi (il caso greco) che costellano il mare e dunque lo sviluppo costiero della parte continentale (il caso turco).

In assenza di temperata delimitazione di tale rivendicato diritto da parte di uno Stato, innanzitutto del rigetto del rifiuto delle specifiche disposizioni del Trattato ONU, queste pendenze aperte possono risultare bombe a orologeria già innescate.

La casistica è estremamente varia e numerosa ed è ricca di molteplici angolazioni.

Basti pensare ai contesti esplosivi degli arcipelaghi rivendicati da più Paesi nel Pacifico asiatico, contesti in particolare in cui la Cina vuole annettere tutto o quasi entro i suoi Mari Cinesi e perfino costruisce isole artificiali armate al fine di corroborare e imporre come fatto compiuto una rivendicazione che potrebbe essere del tutto infondata. Non meno rilevanti sono le ulteriori  esplicazioni che conseguono da tutto ciò, quanto le rivendicazioni di Paesi atlantici latinoamericani in merito ad un’applicazione estensiva della superficie della piattaforma e dello zoccolo continentale al di sotto delle acque, a prescindere dall’esistenza di isole e dalla sussistenza di rilevanti e duraturi aspetti antropici sulla superficie di così grandi spazi marittimi.

O, sempre nel contesto del già citato Mar Egeo, la pretesa turca di volere prolungare le sue acque in un tutt’uno con quelle dell’illegale enclave di Cipro-est. O, ancora, quanto viene a rivendicare Tel Aviv su porzioni marine rivendicate da Beirut e sulle acque dell’Autorità palestinese.

Aspetti di non minore frizione sono rappresentati dalle rivendicazioni su basi geo-antropico-politiche delle acque di golfi/baie storici (ad. es. di Taranto) o quali mere proiezioni artificiali di linee di congiunzione (della Sirte) di territori che non hanno presentato validanti particolarità storiche. Soprattutto laddove le maggiori potenze marittime (innanzitutto, gli USA) non sono disposte a riconoscere la sussistenza di tali requisiti e sono pronte a violare qualsiasi rivendicazione (oltre a Taranto e alla grande Sirte, v. pure USA contro Canada), imponendo con la violazione delle acque contese e quindi con l’esercizio attivo del potere marittimo la vigenza di un “diritto” diametralmente opposto a quello della rivendicazione espressa dal soggetto soccombente.

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In questi contesti mediterranei indicati, siamo direttamente coinvolti in quanto UNIONE EUROPEA, giacché Grecia e Cipro sono Nazioni dell’UE e al tempo stesso – in realtà – Cipro non è altro che un’entità greca.

Ci esprimiamo qui con la massima franchezza e con l’assenza della cautela e del distacco quali indefettibili “virtù” dell’imperturbabile approccio diplomatico, giacché il nostro compito è innanzitutto quello di agire alla luce della storia culturale e civile dei popoli di EUFRASIA e in favore dei suoi sviluppi futuri e non perciò alla luce della  passiva ricezione della realpolitik dettata dalle vigenti definizioni di status quo ricevute dal passato più o meno lontano come pesanti e purulente eredità di irrisolti problemi, come è finora avvenuto.

Siamo in dovere di ricordare, entro questo contesto generale, o di informare i lettori che non ne siano a conoscenza, che, come nel caso del Mar Egeo (Grecia e Cipro), Malta non è che un prolungamento geografico costiero e etnicolinguistico siciliano; idem sul piano statuale, considerata pure l’assegnazione “perpetua” ai cavalieri gerosomilitani.

La breve cesura della conquista napoleonica e poi quella di quella britannica, lunga e pesante, che ridusse questa zolla di terra italiana a colonia, non hanno inciso, non incidono e non possono incidere in modo ostativo nelle prospettive del diritto statuale a breve, media e lunga durata sul piano della fondatezza rivendicativa.

La perdurante contemporaneità di questo irrisolto “problema” è costituita da un rudere artificiale dell’eredità postcoloniale creato negli anni ’60 con la concessione dell’ “indipendenza” de La Valletta da parte del governo britannico per incidere in modo duraturo e pesantemente limitativo sulla realtà storica italiana e sulle sue evoluzioni future. Ciò ad onta di decenni di pace dopo la fine del secondo conflitto mondiale e dell’alleanza sussistente fra Regno Unito e Italia in ambito NATO.

I fattori geopolitici e della sicurezza impliciti nella questione hanno assunto e mantenuto, silenti, i tratti salienti sino a oggi.

Le linee di condotta dei governi italiani del dopoguerra sono state quelle di assumere il più basso profilo internazionale e interno possibile e di coinvolgere, a dimostrazione di una “volontà” collaborativa, in un patto  di garanzia altre nazioni confinanti, al fine di confermare la “neutralità” di Malta.

Uno strumento diplomatico previdente che riteniamo di validità non illimitata, visto che il processo unitario nazionale non può essere fermato a sole poche decine di miglia della coste della Madrepatria, per continuare a soddisfare chissà quale tardiva, velleitaria e nascosta boria e quale estrema sopraffazione. E al contempo per rimanere esposti a imprevedibili e incogniti  eventi futuri che potrebbero tornare a inficiare pesantemente la sicurezza nazionale, sicurezza oggi pure  europea.

Tutto questo presenta pertanto aspetti scevri da ogni aspetto nazionalistico, sciovinistico e non accostabile per molti versi alle realtà adriatiche; e rappresenterà la logica conclusione del superamento del passato di sfruttamento coloniale di una porzione del territorio italiano e europeo, ma non la sua rimozione. Non si tratta di riaprire ferite, ma di fare rimarginare quanto è rimasto aperto negli antri bui della storia. 

Tutto questo, inoltre, nel superamento dei lasciti più negativi e aspri e meno conosciuti del colonialismo in terra europea, che non vanno ulteriormente nascosti e colpevolmente glissati,  transita direttamente nella sfera della più sensibile, aperta, attenta e critica coscienza dei popoli europei d’oggi e dell’Unione Europea e di Eufrasia per essere storicamente assimilata e politicamente resa fertile a giusto nutrimento e vantaggio della nuova comune realtà sovranazionale.

ARCHIVIO EVENTICOMUNICATIEDITORIALI E ARTICOLIFINALITÀ

Dall’Unione Europea a Eufrasia. Il Mediterraneo cuore di Eufrasia 2.

05 Febbraio 2017
CONTESTI INTERNI E INTERNAZIONALI.
PROSPETTIVE DI SVILUPPO E LORO DIREZIONI.
Confini marittimi, politica estera e difesa comuni: cosa deciderà il Regno Unito del dopo Brexit? E soprattutto, cosa deciderà la Francia? Ecco le nuove sfide che l’UE ha da risolvere a breve. – Allargamento meridionale e orientale. Affrancamento dalle sopravvivenze e dai ruderi coloniali. – Il Mediterraneo cuore di EUFRASIA.

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ANNUALITÀ DEL PECCCOMUNICATIFINALITÀPEC – PECC DOCUMENTI E RIFERIMENTI
3. Dall’Unione Europea a Eufrasia. Dall’Atlantico all’Artico e ai problemi interni

02 Marzo 2017

DALL’UNIONE EUROPEA A EUFRASIA

CONTESTI INTERNI E INTERNAZIONALI.

PROSPETTIVE DI SVILUPPO E LORO DIREZIONI.

Confini marittimi, politica estera e difesa comuni: cosa deciderà il Regno Unito del dopo Brexit? E soprattutto, cosa deciderà la Francia? – Uno sguardo al confine nord-atlantico e artico, alle problematiche sociali e migratorie interne, alla grave subalternità tecnologica e della difesa davanti al nuovo pericoloso impeto dell’egemonismo USA.

Il collasso geopolitico delle regioni che gravitano attorno al Mediterraneo, nel quadro che in precedenza abbiamo descritto in << L’Europa scodinzola? L’Europa annaspa? Perché non denuncia le responsabilità più dirette? >> ha superato i livelli di guardia e le condizioni d’instabilità possono essere definite sistemiche, visto che alcuni degli interlocutori privilegiati fra quanti dovrebbero concorrere a creare valide e salde premesse a pro di una nuova stabilità in realtà continuano a operare come forze che debordano ampiamente dagli accordi di massima raggiunti nei fori internazionali e mirano anzi a invalidare la loro attuazione e realizzazione . In particolare, visto che il legittimo governo della Siria continua a essere oggetto di una sanguinosa aggressione internazionale la cui strategia mira a perpetuare il generalizzato crollo politico di

Homs, Siria, 16 gennaio 2018.  - Hassan Ammar, Ap/Ansa

SIRIA – L’incontenibile vocazione di esportare la pacifica ‘democrazia’ con guerre non dichiarate e con interposti e  camuffati attori

Damasco e di Baghdad e a realizzare intese sul campo definibili a dir poco promiscue e perfino tenebrose.

Il Blog di Gisella Peana: Il Premio Europeo Capo Circeo, arrivato alla sua  XXXV edizione, consegnato a personaggi di spicco del mondo della cultura e  dell'arte.

PECC Maxim Atayant, I fori di Roma

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Se dal Vicino Oriente ci spostiamo lungo l’arco orientale-nordorientale, i conflitti circoscritti e i confronti sono molto più contenuti di intensità ma non di estensione e di implicazioni relative agli equilibri euroasiatici e di riflesso planetari, visto il diretto prolungamento delle palpabili tensioni lungo tutto l’arco subpolare e polare e nel fin nel cuore del continente asiatico. Le attuali preoccupazioni sono dettate da fondati gravi timori, timori che lasciano presagire ulteriori innalzamenti dei livelli delle sfide e possibili shock per la diplomazia della comprensione e del dialogo.

Grande successo per la XXXVI Edizione del Premio Europeo Capo Circeo |  Flash Style Magazine Vip

Diplomatici e personalità della cultura d’Egitto, Spagna, Regno Unito, Italia e altre Nazioni alla XXXVI Edizione del PECC

In particolare, in diretto riferimento a quanto presentato nella prima parte, è qui doveroso completare il quadro di definizione dei confini dell’arco centro e nord Atlantico e polare. Le definizioni delle piattaforme continentali fra USA e Unione Europea, con sviluppo verso Ovest a

Azzorre

Dorsale atlantica e limes euro-nordamericano: dall’Islanda alle Azzorre (foto) 

partire dalle acque portoghesi delle Azzorre, e i confini artici della Groenlandia (Danimarca) con Canada e Stati Uniti vanno definiti entro il rigoroso quadro del Trattato ONU di Montego Bay. Questo riguarda pure, con pari modalità, le proiezioni marine nell’Oceano Artico dell’arco che va dalla Groenlandia settentrionale all’ulteriore sviluppo costituito dalla penisola scandinava (Norvegia, Svezia, Finlandia). Si ritiene che la penisola di Kola, quasi nella sua interezza, e le antistanti terre meridionali debbano tornare alla Finlandia. L’avvelenatissimo territorio in questione, vero cimitero nucleare sovietico (da portare a più veloce bonifica), porterà al superamento storico delle fondate rivendicazioni nazionali finlandesi contro l’annessione stalinista. Ciò perché tale obiettivo è inquadrato nella pacificazione definitiva dei Paesi Europei, processo di cui fa parte a piano titolo la Russia, quale partner e futuro componente dell’Unione e di Eufrasia.

Cosa vedere e fare in Groenlandia | C-Magazine

Groenlandia, l’avamposto danese ad Occidente: irradiazioni  rinacimentali e mitica terra verde nel magismo del brit John Dee

In merito alle presenze di basi ‘di ricerche’ al Polo Sud, e formalizzate rivendicazioni di diritti specifici odierni da parte, in particolare, di Paesi Europei come Regno Unito, Francia Germania, Italia, nel profilo dei contenziosi in pectore con i Paesi prospicenti (Argentina, Cile, Australia, Nuova Zelanda) e con USA, Russia, Giappone etc., ogni confronto non potrà che avvenite in ambito ONU, con la preliminare dichiarazione di tutela integrale della natura del continente antartico.
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Con il tornare ad acuirsi del problema degli sbarchi dei profughi e dei migranti in Italia, si riconferma l’assillo dell’Europa per il Mediterraneo inteso come frontiera aperta senza freno e controllo alcuno. In riferimento alla stabilizzazione della Libia, fattore cruciale per potere controllare, contenere, bloccare questi flussi migratori, il processo è ancora all’inizio e non si devono nutrire facili illusioni, anche per la perseverante azione debordante di sfrontate operazioni sottocoperta di avvoltoi europei e vicino orientali sia con ambizioni europeistiche sia con ambizioni di rinnovato panarabismo e panislamismo.
Non di meno, con l’avvicinarsi della data del referendum inglese sulla Brexit, ossia sulla paventata uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si riconferma che l’UE sta vivendo questi mesi nella scomodissima posizione simile a quella di chi stesse imprigionato nel collo di una bottiglia. A dir poco.
Le crisi interne che stanno dilaniando l’Unione Europea sono da imputare non poco a questo quadro generale. Diciamo subito: non si tratta più di confronti polemici tipici delle crisi di crescita, ma di crisi oggettiva dovuta alla scarsa credibilità politica di molti partner, quali partner di meno anziano ingresso nel contesto comunitario (quindi quelli dell’Europa orientale); interlocutori in cui prevale un’irrazionale oltre che egoistica risposta davanti ai problemi  migratori, sorti già da tempo ma repentinamente esplosi con l’arrivo di notevoli masse di profughi siriani. E dei partner scandinavi e anglosassoni.
In realtà, i governi e le opposizioni di questi Paesi hanno affrontato il problema nella più completa incapacità e perfino sconsideratezza politica e hanno dimostrato di essere privi degli strumenti culturali minimali atti a poterli guidare nella comprensione e nella valutazione del problema. Ad essi si aggiungono le variegate e spesso neonate opposizioni che nei Paesi di maggiore peso e anzianità si oppongono con non minore rozzezza e generalizzazione al problema rappresentato dai profughi e dai migranti per lavoro.
In riferimento ai migranti, essi non dimostrano di capire con quale grave miopia hanno agito i loro governi quantomeno nell’ultimo quindicennio, avendo dimostrato una completa sottovalutazione o non valutazione del problema, il quale ha subito una crescita esponenziale ininterrotta. Essi neppure si domandano di sapere chi, all’interno dei loro Paesi, ha favorito per anni la violazione delle leggi sull’immigrazione clandestina e la nascita di nuove norme totalmente permissive. In presenza di eventi incontrollabili e di così elevate proporzioni: ci si è accorti troppo tardi delle fumose e pericolose clausole dei trattati internazionali firmati che de facto abbattono il controllo delle frontiere. Una vera e propria sciagura, giacché anche il Paese e il sistema sociale più permissivi e più solidi economicamente non possono sottrarsi alla responsabilità di individuare delle soglie oltre le quali l’assetto socio-economico viene a subire dei contraccolpi che ricadono innanzitutto sulle fasce più deboli e meno abbienti della loro popolazione. Contraccolpi che producono perciò l’aggravamento del disagio e della povertà di strati della popolazione, e la nascita di movimenti reattivi a carattere xenofobo.
Su questo piano, non siamo a conoscenza dell’adozione di misure socioeconomiche interne da parte dei governi interessati, e in particolare dell’Italia, atte a recuperare risorse finanziarie in modo mirato dalle emorragie prodotte dalle spese parassitarie, dalla sclerosi funzionale burocratica e dai ceti pubblici abbienti politicamente protetti, per aiutare i ceti medi, le fasce deboli e il lancio di una politica grande demografica e di solidarietà sociale. 
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In merito alle proposte di allocazione urgente di risorse finanziarie nei Paesi d’origine dei processi migratori, la posizione assunta di recente dall’Italia costituisce un valido ma difficile tentativo di rimetter la palla al centro del campo per affrontare davvero con razionalità e senza demagogia siffatta gravissima problematica. La Germania ha già condiviso l’obiettivo ma non il metodo: bisogna arrivare alla condivisione completa, a cui si dovranno quanto prima associare apertamente Francia e Regno Unito (nel caso di no alla Brexit).
 È dunque da chiedere: cosa hanno fatto in questi ultimi due decenni i partner europei, soprattutto quelli con maggiore peso politico e in modo particolare quelli che hanno avuto imperi e possedimenti coloniali? È doveroso pure chiedere ai partner più recenti se e come intendono fare parte dell’Unione Europea: considerandola soltanto come fonte di lauti e interminabili finanziamenti a fondo perduto e senza partecipare alla concreta formazioni di una cultura e di una coscienza civile e politica europea?  Soltanto rivolgendo appelli di aiuto e di amicizia agli Stati Uniti e diventando clienti ‘militari’ di Washinghton?
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Alcuni anni addietro, le maggiori Nazioni, con in testa gli US,A decisero di  aiutare  i popoli del Terzo e del Quarto mondo non più accreditando agli uffici dei loro governi le masse monetarie devolute (visto che lungo la filiera della distribuzione degli aiuti arrivava ai poveri, i reali percettori quali veri destinatari, era meno di un quarto del 20% delle somme versate), ma finanziando direttamente i progetti specifici validi da realizzare in loco.
Quale è stato il risultato effettivo raggiunto sul campo da questa valida scelta operata? E, soprattutto, i finanziamenti hanno avuto attuazione e raggiunto quali e quanti obiettivi? E le risorse globali assegnate a questi capitoli sono aumentate o hanno subito decrimenti? In che modo è altrimenti possibile creare istruzione, cultura, circoli virtuosi sociali e lavori produttivi e innovativi in queste regioni depresse e affamate,  spesso sfruttate senza ritegno da un predone neo-neocapitalismo occidentale?
Le salveremo finanziando ancora un debito senza fine che di tanto in tanto viene in parte cancellato? Provocando ulteriori implosioni e profughi e movimenti migratori, anche in combinazione con fenomeni di guerriglie e di guerre eterodirette?
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Davanti a questi problemi, non bisogna agire da sconsiderati o farsi condizionare e trascinare da sconsiderati. Bisogna avere il coraggio di individuare le cause e, individuate le cause, additare con coerenza e determinazione anche quello che non piacerebbe avere scoperto e che non piacerebbe dire. Se non ci si libera da condizionamenti incommentabili e ‘incredibili a crederci e a dirsi’ e da ruoli di subalternità croniche supinamente accettati, non solo non si risolveranno i problemi, ma essi subiranno crescite ipertrofiche e direzioni non sempre prevedibili ed effettive.
Su tutto questo, basti pensare la pietosa scena che abbiamo visto durante il recente incontro di Obama con Cameron, Hollande, Merkel, Renzi in  Europa e che abbiamo rivisto durante il G-7  in Giappone.
In verità, per quanto combattuta anche all’interno della Germania dagli esponenti di un populismo ottuso e inconcludente che si è manifestato pure all’interno della formazione di governo, Angela Merkel è l’unico leader europeo che ha dimostrato e dimostra di affrontare questo problema con la necessaria preparazione e serietà politica e con una saldezza di carattere e una previggenza, a raffronto con gli altri interlocutori diretti, ammirevoli. Non sta a noi dare pagelle, ma sta nel nostro diritto rilevare e indicare nei modi il più possibile obiettivi l’adeguatezza della dimensione decisionale del potere politico o meno.
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Dell’impreparazione e della sconsideratezza politica all’interno dell’Unione Europea si giova doppiamente la politica estera degli USA. Sia perché fra le cause da additare vi è in primissimo piano l’azione di pervertimento del quadro geopolitico realizzata dalle amministrazioni di Bush sen. e jr. e l’incapacità di Obama di affrancarsi dal consolidato potere degli strateghi neocon. Sia perché in tutti i Paesi dell’Unione chi guida la protesta lo fa in completa cecità, visto che non ha capito e non capisce quali enormi responsabilità ricadono su chi ha tessuto le trame a Washington, a Londra e a Parigi; o non ardisce dirlo. Sia perché questa cieca reazione facilita, e giova ancor di più, il perseguimento dei subdoli obiettivi che costoro hanno fino ad oggi realizzato. Autolesionismo inconcludente puro e semplice.
A proposito di autolesionismo: è bene ricordare che un’impennata autodistruttiva di non poco conto si ebbe e si ha e avrà ancora per anni con l’assurda decisione di diversi Paesi europei (Norvegia, Danimarca, Turchia e, come co-finanziatori, Regno Unito, Italia, Olanda) di adottare quale cacciabombardiere standard l’F35 statunitense. Fu ed è un micidiale colpo di maglio contro la ricerca tecnologica e l’industria aerospaziale e il lavoro europei, considerando per di più che essi a vario titolo avevano già investito o stavano investendo cifre colossali per progettare e produrre l’EFA Typhoon  (Regno Unito, Germania, Italia, Spagna),  il Rafale (Francia),  il Gripen (Svezia). Il velivolo avrebbe dovuto essere adottato sì e no solo per le esigenze della portaerei leggera italiana, visto che per la nuova portaerei inglese si poteva realizzare la versione navale dell’Eurofighter o del Rafale. Regno Unito, Italia e Olanda hanno versato cifre di finanziamento cospicue per vedersi esclusi del core della tecnologia elettronica, che per gli europei rimane segretata. Sei Paesi i cui governi e stati maggiori hanno agito in modo scopertamente e ingiustificato contro gli interessi nazionali, sotto tutti gli aspetti.
Aspettare col senno del poi l’ ‘arrivo’ di politici con un poco di sale nella zucca? Potrà mai l’Europa andare avanti di questo passo, e addirittura rifondarsi per la destinazione d’EUFRASIA?

Europa rapita da Zeus: numismatica contemporanea e miti fondativi delle tradizioni culturali trasnspontiche

DALL’UNIONE EUROPEA A EUFRASIA

CONTESTI INTERNI E INTERNAZIONALI.
PROSPETTIVE DI SVILUPPO E LORO DIREZIONI.
Confini marittimi, politica estera e difesa comuni: cosa deciderà il Regno Unito del dopo Brexit? E soprattutto, cosa deciderà la Francia? Ecco le nuove sfide che l’UE ha da risolvere a breve. –
Allargamento meridionale e orientale. Affrancamento dalle sopravvivenze e dai ruderi coloniali.
Il Mediterraneo cuore di EUFRASIA.

Seconda parte

Questa memoria  dice che questo arcipelago fu sottoposto a dura prova dai britannici e l’acme la si ebbe con la violenta e cieca imposizione del divieto d’insegnamento della madre lingua nelle scuole maltesi, nel 1933. Fatto che ad oggi non può che inibire in ogni foro internazionale ogni pretesa di legittimità e ogni giustificazione postcoloniale della perversa azione  anglosassone in terra europea. A nulla servirebbe appellarsi al fatto che il Paese occupante al suo interno venisse governato da un sistema rappresentativo di tipo liberale (sistema di governo che non veniva applicato ai popoli assoggettati, ai popoli delle colonie).

Il modello liberale o democratico non rappresenta una condizione preternaturale atta a mondare dai libri di storia quanto è stato commesso dai governi pro tempore a danno degli altri popoli, se e quando non anche del proprio popolo.

Su tutto questo, la nuova Europa, salda sui suoi principi, deve alzare il sipario, con determinata coscienza storica, senza tema di aprire chissà quali falle verso posizioni populiste, scioviniste, e di produrre chissà quali frane interne. Essa può uscire semmai da questo processo di rivisitazione non purgato, che porta ad abbattere i tabù ancora oggi vigenti, più rinnovellata e più affratellata. E’ bene che si conoscano le colpe degli antenati di qualsiasi popolo europeo e non soltanto quelle di taluni.

In riferimento al caso specifico di Malta, siamo dunque in presenza di quanto oggi in ambito universale è ritenuto irricevibile tota ratio e … toto corde.

malta, tarxien-spirali

Malta, tarxien, spirali

Purtroppo neppure dopo gli anni ’60, a quanto ci è dato a sapere, i governi e i parlamenti del Regno Unito, pure entrando a fare parte della Comunità Europea prima e dell’Unione Europea dopo, hanno mai espresso pentimento, ravvedimento e scusa  e neppure una silente, sgusciante revisione storica per una così oltraggiosa condotta politica divisiva e affatto non amicale. Anche oggi che, pure davanti alla Brexit, Regno Unito e Italia rimangono strettamente collegati da tante comunanze e collaborazioni difensive e industriali di primissimo piano e di altissima tecnologia. Nulla ancora di nuovo sotto il cielo di Albione.

Oggi, ironia della sorte dopo quanto abbiamo appena rappresentato, risultano più che infondate e sciocche le rivendicazioni dei governi maltesi, nati dal diktat britannico e poi immiserite per decenni dalle pericolose, strambe e fallimentari illusioni ingenerate dallo sciagurato e ormai defunto Dom Mintoff.

Cosa inverosimile: La Valletta vuole gestire le acque fin sotto la costa dei fratelli dirimpettai che vivono fra Capo Pachino e Agrigento.

Queste rivendicazioni pretendono, a danno della Madrepatria, la sovranità di molta più superficie marittima rispetto a quella che spetterebbe a questa entità statuale. Pare di non doverci credere.

E’ tempo che gli italiani di Malta di oggi apprendano la loro storia, cosa finora negata o negletta a iniziare di quanto i patrioti maltesi ebbero a subire nel corso della seconda guerra mondiale, con le deportazioni nell’Africa equatoriale o con l’impiccagione. E pongano termine a così colorite quisquilie contradaiole, comprendendo anche il significato che un domani un maltese potrà diventare presidente della repubblica italiana o ricoprire le massime cariche elettive o degli apparati pubblici.

E’ tempo altresì che prendano coscienza che buona parte dell’iniziale contemporaneo benessere a loro è giunto dagli aiuti di Roma, e poi quello successivo in grande misura, sempre grazie a Roma, dagli aiuti UE e dal turismo europeo così sopraggiunto.

Gli attuali governanti maltesi inoltre devono smettere, così come a est quelli di Cipro, e a nord da un lato quelli irlandesi e dall’altro quelli dei tre Paesi baltici, di pensare di svolgere il ruolo parassitario di piccole Svizzere e repubbliche delle banane all’interno dell’UE.

Quanto qui sosteniamo ha altresì come ulteriore obiettivo, oltre al superamento delle negative e ostruttive eredità postcoloniali o delle subite occupazioni (Paesi Baltici), la necessità di attuare l’esemplificazione e la razionalizzazione della struttura statuale, rappresentativa, organizzativa dell’Unione Europea di adesso. E a maggior ragione di quella allargata, e quindi della futura Eufrasia, smettendo di sprecare inutilmente risorse per conservare detriti corrosivi per la memoria dei popoli europei direttamente coinvolti, costretti a suo tempo a soggiacere.

Atteggiamento felicemente propositivo e fecondo sarebbe quello di vedere questi soggetti interessati proporre, con un aplomb inaspettato, di procedere in tali direzioni. Sarebbe espressione di una grande presa di coscienza storica e maturità civile europea, al di sopra dei forti condizionamenti dettati dai gretti e immediati interessi economici di natura improduttiva, familistica, clientelare. Sarebbe il definitivo affrancamento dalla vigente e imposta “realpolitik” dettata dalle potenze d’un tempo.

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Quanto rilevato in merito alle rivendicazioni di Malta, riguarda pure le rivendicazioni libiche che affondano nelle folli pretese di Gheddafi a proposito dell’infondatezza della linea-base della grande Sirte.

Inoltre e innanzitutto, al di là degli attuali rischi di disintegrazione libica a cui si è assolutamente contrari, è da puntualizzare che sul piano storico-statuale e diplomatico la Libia è un’entità geo-antropica portata a unità dall’Italia come sua colonia. L’Italia  riunì e integrò i tre preesistenti governatorati ottomani in un unico territorio.

La Libia fu infine totalmente annessa al territorio nazionale italiano dal governo pro tempore e perciò definitivamente affrancata e liberata dallo status di colonia. Essa divenne parte integrante del territorio della Nazione italiana.

Inoltre, entro questa prospettiva, cioè nel possibile futuro recupero della legittima continuità storica statuale italiana (la cui interruzione fu imposta dalla sconfitta militare) e dunque oggi e in futuro europea, il popolo libico, quando potrà essere reso edotto e cosciente della possibilità di potersi appellare a tale antecedente, potrebbe richiedere l’unificazione all’Unione Europea allargata o futura Eufrasia sia in quanto italiano sia, altrimenti, come nuova nazione aderente in virtù della sua diretta ascendenza statuale.

Senza dilungarci più oltre, ciò non potrebbe non valere pure per la Tunisia, a cui è stata risparmiata dalla sua storia interna una violenta dittatura quale è stata quella di Gheddafi. Oggi, per di più, la Tunisia ha rifondato dal suo interno le istituzioni  e rinnovato buona parte della classe politica.

LeptisMagna - Unesco

Leptis Magna

La Tunisia purtroppo non poté godere mai dell’integrazione all’Italia in quanto un cinico gioco internazionale già decenni prima (gioco che aveva visto soprattutto protagonisti il cancelliere del Reich tedesco e il papa) aveva favorito il colpo di mano francese rispetto alle aspirazioni italiane. Sicché la Tunisia, sino all’indipendenza dalla Francia, rimase mera colonia e non fu mai sollevata dai governi francesi da questo status.

La Tunisia oggi è un partner privilegiato dell’Italia, oltre che dell’ex potenza coloniale, e dell’Unione Europea. Il suo posto in seno all’Unione Europea allargata è assolutamente scontato non solo per motivi geopolitici quanto innanzitutto per ininterrotti legami geo-storici e economici, nonostante le guerricciole dei suoi guardiacoste siano perdurate contro i motopesca italiani, spesso per ingiuste  motivazioni. 

Ulteriori considerazioni positive a favore dei processi negoziali d’inclusione non potranno nel tempo non coinvolgere l’Algeria e le altre nazioni rivierasche, come già avviene in particolare con la Turchia, nonostante la brutta frenata imposta dal regime dell’attuale presidente, e  in misura minore con il Marocco.

museodel bardo dio nettuno ocean

Tunisi, Museo del Bardo, Nettuno

Siffatte linee di fondo, siffatti obiettivi sono del tutto diversi, irraffrontabili con quelli promossi dall’Unione Mediterranea di cui è stato propugnatore Sarkozy (più che pessimo presidente francese, autore di una politica d’interventismo militare quanto mai aggressiva, arbitraria e neo-neocolonialista, senza precedenti raffrontabili nella recente storia francese e euromediterranea, salvo quelli inglesi ).

Siffatte linee di fondo consentono in pari tempo di affermare una peculiarità di primaria importanza per un’Eufrasia inclusiva, atta a ridurre l’odierna fragilità dell’UE: la realizzazione di una vitale profondità geopolitica  interna sia verso Sud sia verso Est.

In particolare, a Est: steppe e deserti oltre il Caspio e l’Aral non sono privi di termini. Per quanto si auspichi di volere vivere in un mondo il più possibile pacificato, tenere a lungo sguarnite queste in apparenza remote frontiere,  desta ricordi non solo letterari; e  a Mosca desta apprensioni poi  non tanto velate.

Non una parentesi ma una puntualizzazione:

– In riferimento all’ambiente e alla salute, alla biosfera, gli europei, fatta salva una nostra carenza documentale, mentre si sono fatti doverosamente carico, in ambito Nato, della bonifica dei sottomarini nucleari russi abbandonati nei porti dell’estremo Nord russo e finlandese (rimasto assurdamente annesso alla Russia dopo la caduta dell’Unione Sovietica), non hanno purtroppo fatto minimamente nulla per contenere / rimediare a quanto è stato realizzato di scellerato dall’Unione Sovietica nell’Asia centrale.

Lo scempio presenta caratteri irreversibili?

La Russia di oggi (innanzitutto con il ridurre la canalizzazione delle acque dei fiumi immissari del grande lago d’Aral) e le repubbliche ex sovietiche direttamente interessate e coinvolte, Kazakistan e Uzbekistan, possono fare fronte con l’aiuto europeo a tale enorme disastro e avviare il recupero lacustre e ambientale? Possono fermare la desertificazione provocata dal prosciugamento di oltre 50.000 kmq delle acque di un così grande lago salato (il quarto del mondo, con un’estensione di 68.000 Kmq, due volte e mezzo la superficie della Sicilia) dalle cui rive sono scomparse molte città e molti centri abitati minori, tutte le attività di pesca e di navigazione? Se nel 2004 la superficie del lago d’Aral era di soli 17.160 km², la salinità quintuplicata e flora e fauna quasi totalmente scomparse o gravemente ammalate, oggi il lago quasi non esiste più.

Uno sconvolgimento di siffatte dimensioni e quelli ad esso collegati sono motivi di giusta preoccupazione per tutto l’arco euroafroasiatico orientale. Non possiamo non pensare che le conseguenze non ricadano e non ricadranno su di noi e che la catene caucasiche possa fermarle e nasconderle. Non possiamo non stupirci sul perché i media europei abbiano taciuto e tacciano ancora oggi, così come le organizzazioni naturalistiche e umanitarie. Perché non si avvia una grande campagna di sensibilizzazione internazionale?

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Le controversie sul tappeto, manifeste o silenti per condizioni politiche e storiche in modo vario necessitanti e perduranti, a cui abbiamo fatto cenno e quelle a cui non abbiamo fatto riferimento (ad. es.: Corsica) andrebbero superate propria sponte da parte della Nazione coinvolta che dovrebbe non solo moralmente ma politicamente porre termine al perdurare della nequizia e dimostrare di volere attuare una convinta opera di conversione e revisione della propria posizione politica, storica e culturale nel merito e non consegnare i contenuti all’oblio del silenzio: con ciò si firma un documento e ci si stringe la mano ma non ci si abbraccia.

O altrimenti, con minore entusiasmo ma con volontà pacificatrice sollecita, rivolgersi alla sede negoziale, dietro garanzia terza di autorità giuridica internazionale, tramite l’azzeramento della prassi a nostro modesto avviso definibile di ipoteca tutoria unilaterale (es.: Turchia verso Cipro est; essa può implicare la certezza di mettere in atto un esercizio effettivo di potenza e non più in pectore e del mostrar bandiera); e  di ipoteca ostativa, intesa quale effettivo esercizio di potenza, anche laddove essa sia comprensiva di conclamata “radicazione” etnica o di concessione di finale emancipazione statuale, susseguente a trattati che hanno leso e ledono l’evoluzione e la compiutezza di un processo storico di unificazione politico-geografica del dato etnico-linguistico e storico (ad es. Corsica, Gibilterra, con diverse specificità; Malta).

I positivi esiti di tutto ciò andrebbero a diretto e immediato beneficio della robustezza dell’Unione, del suo ulteriore ampliamento e delle sue giovani generazioni, giacché i vantaggi conseguiti supererebbero la semplice somma e innescherebbero fattori moltiplicatori in termini di energie volitive e creatrici. In termini di pulsanti sentimenti d’integrazione, a “fattori acquisiti” rappresentati dal principio basilare della compiuta identità nazionale, principio da cui scaturisce la base alchemica della nuova identità sovranazionale. 

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Purtroppo, il processo di realizzazione dell’odierna Unione Europea, in questa sua prima fase storica, ha dovuto trascinare con sé tutti questi ingombranti, imbarazzanti, spiazzanti detriti di un’eredità coloniale e post coloniale attuati nell’ambito della stessa dimensione geografica europea.

Carica negativa addizionale, teniamo a sottolinearlo ancora, è il fatto che ciò è avvenuto entro l’ulteriore contesto rappresentato dalla condotta politica di due Nazioni in particolare, dopo tanti decenni di pace e di alleanze, fra quelle vincitrici del secondo conflitto mondiale: Francia e Regno Unito. Esse non hanno mai rinunciato a liberare di propria iniziativa l’Europa, quindi i loro stessi popoli, da questo pesante fardello, storicamente e moralmente riprovevole e inaccettabile.

Nel contesto della nuova realtà europea, siamo in presenza dunque dell’anacronistico perdurare di posizioni neppure definibili sopravvivenze tardo imperialistiche quanto l’espressione di uno sciatto e degenerescente provincialismo (per di più, riteniamo, quasi esclusivamente espressione propria della tradizionale albagia delle cancellerie e forse della classe politica parlamentare; atteggiamento sicuramente non più proprio ai loro popoli, che quasi sconoscono questi fatti e problemi).

Sciovinismo postcoloniale e neo-neocolonialismo: espressioni atte a definire in modo acconcio le linee di condotta della politica estera di qualche Nazione europea, oggi? Sciovinismo postcoloniale e neo-neocolonialismo  possono continuare a coniugarsi con un sistema democratico interno che però non coinvolga affatto metodi e fini da attuare in politica estera? E possono interagire in modo proficuo con gli ideali di effettiva integrazione euromediterranea?

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Le due potenze su nominiate sono state pure quelle che da sempre, sin dagli anni ’50, si sono opposte all’unificazione della difesa europea, quando perfino questo progetto era auspicato e favorito dagli USA.

Questo delirio di potenza e di grandeur è perdurato, sotto molteplici tranelli e agguati e camuffamenti “democratici”, sino ad oggi. Nonostante la batosta di Suez del 1956, quando la VI flotta USA fermò l’attacco anglo-franco-israeliano scatenato contro l’annessione di Suez da parte dell’Egitto di Nasser.

Se il Regno Unito, pure con l’escamotage del Brexit atto a salvaguardare i suoi privilegi, potrà continuare a rifiutare di risponde per non molto tempo ancora, il governo francese attuale e quello che fra non molto gli succederà non potranno postergare più oltre di dare la risposta definitiva. D’altronde, anche in assenza del Regno Unito, l’Unione Europea rimarrà una potenza economica mondiale formidabile, in grado di competere con USA e Cina.

Pure qui veniamo a esprimerci con la massima linearità e sincerità, giacché accomodamenti verbali e formali non possono più continuare a ovattare la doverosa esigenza di fare il punto della situazione su ulteriori, impellenti cose. In modo non differibile.

A nostro modesto parere, il governo e il parlamento francese dovranno assumere in modo definitivo una posizione chiara su come e cosa intendono per Unione Europea e solidarietà europea e  sulla correlativa, centrale questione della realizzazione della politica estera e di difesa comune, totalmente integrata.

Senza una PSDC o PESC, con i determinanti apporti di Germania, Italia, Spagna, Benelux, Svezia, Polonia e degli altri partner minori  l’UE rimarrà più che un’anatra azzoppata: potrà essere soggetta ai più imprevedibili condizionamenti e ricatti, perfino prolungati, visto che la “sovranità” dei governi dei singoli Paesi potrà essere allettata, foraggiata, corrotta, minacciata nei modi più velati e taciti, velleitari e pericolosi e non immaginabili e non prevedibili e non individuati in tempo utile dall’attività di contro intelligence.

L’Europa così intesa avrebbe porte finestre e postierle sempre aperte e accessibili a qualsiasi spregiudicato interlocutore e a qualsiasi potenziale nemico, a qualsiasi intrusione e incursione. Senza potere disporre l’attivazione di misure preventive, dissuasive, difensive unitarie, unificate, tempestive, efficienti e credibili.

L’Unione Europea di oggi e l’EUFRASIA di domani  non sarebbero in grado di potere svolgere  azioni di rilevante valore difensivo in ordine alla salvaguardia della sovranità.

Sarebbe un soccombere già alle prime battute.

A gloria delle grandeur e delle difese a giro d’orizzonte di due allucinati tardoni … sino a che la Russia non farà parte di questa grande realtà.

Ma i tempi del suo ingresso non prossimi, le trasformazioni epocali a livello planetario sono sempre più veloci e … gli accadimenti del fato potrebbero fare incappare in pericolose e irreversibili disavventure il cuore d’Eufrasia e quel che rimarrebbe del conato di una grande Europa.

E’ questo che vogliamo noi europei? E, fra di noi europei, è questo che vogliono i francesi e i loro governanti? E gi inglesi?  L’appagamento di una grandeur nazionalistica fuori tempo e fuori misura? Gli inglesi che vogliono vendere la seconda portaerei appena costruita (su progetto francese) e che imbarcheranno sull’altra portaerei esclusivamente cacciabombardieri made in USA e non velivoli da superiorità aerea?

Il processo di unificazione e armonizzazione dell’organizzazione e dei sistemi di difesa determinerebbe invece una serie di fatti virtuosi a cascata: con stanziamenti globali inferiori al totale delle somme odierne, grazie all’abbattimento delle duplicazioni e pentuplicazioni e ventuplicazioni, si avrebbero maggiori risorse da destinare alla ricerca e agli investimenti, si avrebbero delle forze di difesa più armate, efficienti e dallo standard operativo più elevato. Non si verrebbe a dipendere dalla discrezionale elargizione dell’alleato americano in tema di informazioni e di ricognizioni strategiche. Alleato che senza interruzione ti controlla ovunque e dovunque e attua un’incessante azione di spionaggio industriale.

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In caso di definitivo rifiuto della Francia di far parte della politica estera e di difesa comune, essa, a nostro parere, non potrà essere componente del “core” UE. Ovvero, dovrà fare parte del cerchio più esterno dell’UE, visto che il pilastro PESC assumerà il ruolo principale a conferma e garanzia della solidità e solidarietà dei Paesi e dei popoli che compongono la grande Unione Europea.

Fra i cerchi concentrici, dunque, quello economico non potrà più essere il primo, giacché esso non “lega”, non vincola automaticamente alla difesa della comune sovranità e  della sicurezza esterna europea in caso di minaccia aperta e di guerra.

Non soltanto il governo attuale e i futuri governi di Londra, dunque, ma anche quelli di Parigi devono prendere atto che le loro posizioni politiche di divaricazione rispetto al processo di unificazione europea hanno aperto e apriranno le porte a posizioni differenti e a precise dissonanze.

Ovvero, pur continuando a sussistere forti e stretti legami di alleanza in ambito NATO e bi-multilaterali con Regno Unito e Francia in materia di sicurezza e difesa (ma non più intraeuropei in senso esteso, visto che l’UEO ha cessato di esistere e le sue funzioni sono state assorbite in parte dall’UE; UEO ferocemente lottata sul piano concreto sempre da Francia e Regno Unito), l’Unione Europea certo non potrà rinviare i problemi irrisolti, ossia del superamento delle eredità negative rimaste aperte del secondo conflitto mondiale, dopo oltre settanta anni, e della decolonizzazione.

Ad esempio, i governi e i parlamenti di Londra e di Parigi devono sin d’ora essere consapevoli che l’Europa non potrà e non vorrà certo delegare a farsi rappresentare  al Consiglio di Sicurezza ONU Francia e/o Regno Unito. Essi devono essere consapevoli pure che la loro stessa presenza nel consesso non sarà sicuramente condivisa dalla maggioranza dei componenti dell’assemblea dell’ONU.

Francia e Regno Unito, nella profonda trasformazione politica intervenuta in questi ultimi tre decenni e in base alla prospettive più sicure e meno congetturabili, non hanno e non avranno più i requisiti per potere sedere nel Consiglio di Sicurezza come componenti permanenti.

Ciò segnerà la fine definitiva dell’eredità colonialista e della seconda guerra mondiale. Il fatto che esse siano potenze nucleari è inincisivo. Oramai il club atomico mondiale è formato da numerosi attori e lo sesso Israele, per quanto sia una potenza nucleare ”fuori listino ufficiale”, detiene una potenza autonoma superiore a quella britannica, la quale non è altro che un mero epifenomeno di quella USA sin dagli anni ’60.

Inoltre, le politiche estere e di difesa di queste due Nazioni potrebbero assumere in un futuro prossimo o meno prossimo contorni e obiettivi non del tutto conciliabili con quelli dell’Unione Europea sia nel contesto euroafroasiatico inteso nel senso più ampio possibile sia su quello planetario. Non si lavora di fantasia, qui, ma di previdenza e di accortezza, non ultimo davanti alla sempre reiterato rapporto speciale – diventato perfino “molto speciale” – sussistente fra Londra e Washington.

L’uscita di Londra dall’UE rilancia inoltre la strategia della “pentapoli oceanica” (Londra, Ottawa, Camberra,  Wellinghton, cioé Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda  …più il residuo dei dominions) in cuori e menti dell’establishment anglosassone, ad onta dell’europeismo dichiarato di scozzesi e irlandesi del Nord di animo non “brit” e … di più del 46% della popolazione, ad iniziare dagli studenti e dai componenti dei ceti più attivi, dinamici, intraprendenti, produttivi. 

E’ da tenere in conto, nel caso del non augurabile no francese, che i governi sia dell’una che dell’altra Nazione potrebbero essere tentati di tramare a danno dell’UE fomentando dissensi interni e allettamenti inverosimili (v. quanto è successo fra Ucraina e Russia a seguito delle “promesse” congiunte di USA e UK a Kev) e interferire in modo continuativo con la loro politica dell’UE.

Dovrà però rimanere punto aperto per l’Unione Europea e per la nuova Eufrasia che se i popoli e i  governi futuri di Francia e del Regno Unito  dovessero finalmente tornare a nuove, serene, miti e lungimiranti decisioni, loro e i loro popoli sarebbero accolti a braccia aperte nell’Europa della difesa comune. L’assenza di preclusione al rientro nell’UE concerne pure una futura diversa decisione del popolo britannico, del suo parlamento e del suo governo  (a prescindere da quanto possa accadere nel frangente, come l’eventuale processo di indipendenza scozzese).  L’Europa di oggi e l’Eufrasia di domani non intendono Brexit  una decisione irreversibile, una decisione che ipoteca del tutto le prospettive e le decisioni UK.

L’Unione Europea dovrà dunque guidare la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e fare parte del consesso quale componente permanente. Non avrà motivo di esprimere contrarietà all’ingresso in esso di Giappone, India e Brasile.

La stragrande maggioranza delle nazioni non potrà che essere favorevole, al di là delle soluzioni prospettate e di quelle che poi verranno raggiunte in concreto.

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Come emerge da queste linee di fondo, nostro fermo convincimento e nostro auspicio di fondo sono rafforzare e accrescere l’Unione Europea e allo stesso tempo rifondarla dal di dentro senza dovere più soccombere alla supremazia finanziaria di banche non statali che controllano in qualità di proprietarie la BCE e razionalizzare la presenza delle  Nazioni aderenti attraverso il superamento di quanto le potenze e i trattati lasciarono irrisolto o “risolsero” nei peggiori dei modi (o congelando precari e ingiusti statu quo). E attraverso una spontanea o favorita e aiutata coniugazione di piccoli popoli (lettoni, estoni, lituani) fra i quali prevalgono più somiglianze e prossimità che dissomiglianze a confronto con le culture degli altri popoli europei, arrivare a una esemplificazione non meramente procedurale e organizzativa ma di spirito.

Queste auspicabili svolte da imprimere alle storie recenti e meno recenti delle cancellerie europee verrebbero a dare un’eccezionale impulso alla piena fiducia reciproca e alla maggiore speditezza del processo d’integrazione e di unificazione delle Nazioni e dei popoli.

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Ritorniamo al conteso del diritto internazionale marittimo e oceanico. In base alle definizioni ONU e ai futuri sviluppi dell’Unione Europea – sviluppi che riteniamo indispensabili e linee di forza che riteniamo vitali -, dunque al di là dalle odierne crisi interne determinate soprattutto dall’aggressione corrosiva svolta da fattori di accentuata speculazione finanziaria e di centralizzazione monetaria non a carattere pubblico, e economici e infine politici, in prevalenza dovuti a dirompenti fattori esogeni  ;  in base a tali definizioni e sviluppi in fieri, i confini marittimi e oceanici delle Nazioni facenti parte dell’UE diventano – desideriamo dire: sono eo ipso – i confini dell’ Unione Europea.

Confini comprensivi della non meno vitale Zona Economica Esclusiva (aree marine e oceaniche però in cui la libertà di navigazione agli stranieri è assolutamente garantita): risorsa della biosfera, ambientale e geo-economica il cui significato è oggi sconosciuto ai più e pertanto è assolutamente inimmaginabile per la quasi totalità dei cittadini di tutti gli Stati europei.

Gli accordi amichevoli e più che amichevoli fra le diverse Nazioni mediterranee non potranno che risultare elementi di proficuo impulso e di grande sinergia per il processo di coesione e per quello di allargamento dell’Unione, in particolare nel Mediterraneo, cuore di Eufrasia.

A differenze delle “pendenze” che sussistono con i siciliani di Malta e con i libici italiani  a loro insaputa,  possiamo ritenere in linea di massima che gli accordi fra Italia e Tunisia e Italia e Algeria potranno rappresentare dei punti di riferimento positivi.

Ottimi esempi nel Mediterraneo, cuore di quanto noi appelliamo EUFRASIA – terre d’Europa, Africa, Asia – e vita stessa per l’Algeria, la Tunisia, l’Italia.

E proprio la sponda meridionale del Mediterraneo ad avviso del PECC sarà l’oggetto degli sforzi da indirizzare al recupero profondo dei rapporti politici, sociali, culturali e di inclusione  dei due prossimi decenni. Sforzi altresì tesi a rompere, scardinare la precludente antitesi storica risultata dalla fine della seconda guerra mondiale e del colonialismo classico e espressa da un lato dalla chiave esclusivamente euroatlantica e dall’altro dall’arroccamento meramente pan “arabo” e pan “islamico”. Dualità diventata particolarmente accentuata, virulenta, esclusiva dopo l’implosione dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia: dualità che in questi ultimi tre decenni circa ha sconvolto tutto il Vicino e Medio Oriente, parte del Nord Africa e l’Europa balcanica, caucasica e russo-ucraina. Ne basta e ne avanza. anche per la nuova svolta statunitense. Ulteriori motivi per non rimanere  ancora assoggettati allle decisioni altrui e dare magnifico e grande impulso all’edificazione  di EUFRASIA.

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Le recenti vicende relative al Trattato Transatlantico hanno dimostrato che l’Unione Europea, nonostante le molteplici polemiche e problematiche intestine e nonostante il repentino e inatteso avvio del Brexit, ha saputo fare fronte alle continue e molteplici pressioni dei giganti dell’economia USA e del potere politico del suo maggiore alleato e ha saputo non dare l’assenso alla conclusione positiva dell’accordo.

Una grande vittoria interna e internazionale che comprova come tutti insieme si possa fare fronte alle pressioni più incredibili. Non sappiamo cosa potrà mai concludere il Regno Unito da solo, con un accordo che possa essere realmente equo per gli interessi del popolo britannico non solo a beve a ma a lungo termine.

L’Unione Europea, conscia delle molteplici fragilità che ancora la caratterizzano, deve sapere procedere con sagacia e con perseveranza nel suo progetto di trasformazione e inclusione non ultimo per ridurre i contraccolpi che potranno essere prodotti in futuro dalle evidenti asimmetrie geopolitiche, che persisteranno ancora a lungo, con gli Statu Uniti.  Asimmetrie geopolitiche non sottacibili  che possono trovare concreta manifestazione di attrito e di confronto non sempre proficuo in base alla politica che sarà perseguita dal presidente americano di turno  e dal ruolo che l’economia e la finanza US, particolarmente aggressive e spesso speculative, vorranno esercitare sull’UE  a suo oggettivo detrimento.

Le pressioni, le compressioni demografiche esterne saranno altro elemento di persistenza negativa  che caratterizzerà nel tempo i rapporti ufficiali e i confronti non palesi con le potenze continentali asiatiche, assieme alle sfide dell’espansionismo commerciale in un mercato libero in cui le regole sono blande, deboli e molto parziali al punto che è oggettivamente garantito che chi le vuole violare le viola impunemente. L’espansionismo militare, già in pieno svolgimento, obbliga a prospettare e prefigurare un quadro geopolitico inter oceanico estremamente complesso e delicato.  L’Europa, Eufrasia, non potranno soggiacere all’attuale caos delle non regole del WTO e all’acquisizione arbitraria di spazi oceanici intesi come proiezione di potenza senza freni.

Non meno rilevanti sono i perduranti fermenti etnici e i non armonici confronti commerciali e  gli accenti di espansionismo velato che possono essere già intesi come rischi potenziali del contesto  euroasiatico e delle sue dirette ripercussioni su quello mediterraneo, oggi fortemente perturbato e in crisi; e le infiltrazioni non più soltanto commerciali in ampie regioni dell’Africa.

E’ questo il quadro generale, relativamente agli aspetti più qualificanti, entro cui si muoverà il processo di ulteriore aggregazione e integrazione panmediterraneo. Esso indica in modo estremamente chiaro l’esigenza di superare difficoltà e contrasti e di non deflettere, per la nascita di EUFRASIA, per la certezza di un sicuro futuro per le generazioni di questo grande ecumene erede delle più efficienti e grandi civiltà del passato.

Palmira tetrapilo png

Palmira, tetrapilo

Dall’Unione Europea a Eufrasia. Il Mediterraneo cuore di Eufrasia 3.
02 Marzo 2017
Il collasso geopolitico delle regioni che gravitano attorno al Mediterraneo, nel quadro che in precedenza abbiamo descritto in << L’Europa scodinzola? L’Europa annaspa? Perché non denuncia le responsabilità più dirette? >> ha superato i livelli di guardia e le condizioni d’instabilità possono essere definite sistemiche, visto che alcuni degli interlocutori privilegiati fra quanti dovrebbero concorrere a creare valide e salde premesse a pro di una nuova stabilità in realtà continuano a operare come forze che debordano ampiamente dagli accordi di massima raggiunti nei fori internazionali e mirano anzi a invalidare la loro attuazione e realizzazione . In particolare, visto che il legittimo governo della Siria continua a essere oggetto di una sanguinosa aggressione internazionale la cui strategia mira a perpetuare il generalizzato crollo politico di Damasco e di Baghdad e a realizzare intese sul campo definibili a dir poco promiscue e perfino tenebrose.
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Se dal Vicino Oriente ci spostiamo lungo l’arco orientale-nordorientale, i conflitti circoscritti e i confronti sono molto più contenuti di intensità ma non di estensione e di implicazioni relative agli equilibri euroasiatici e di riflesso planetari, visto il diretto prolungamento delle palpabili tensioni lungo tutto l’arco subpolare e polare e nel fin nel cuore del continente asiatico. Le attuali preoccupazioni sono dettate da fondati gravi timori, timori che lasciano presagire ulteriori innalzamenti dei livelli delle sfide e possibili shock per la diplomazia della comprensione e del dialogo.
In particolare, in diretto riferimento a quanto presentato nella prima parte, è qui doveroso completare il quadro di definizione dei confini dell’arco centro e nord Atlantico e polare. Le definizioni delle piattaforme continentali fra USA e Unione Europea, con sviluppo verso Ovest a partire dalle acque portoghesi delle Azzorre, e i confini artici della Groenlandia (Danimarca) con Canada e Stati Uniti vanno definiti entro il rigoroso quadro del Trattato ONU di Montego Bay. Questo riguarda pure, con pari modalità, le proiezioni marine nell’Oceano Artico dell’arco che va dalla Groenlandia settentrionale all’ulteriore sviluppo costituito dalla penisola scandinava (Norvegia, Svezia, Finlandia). Si ritiene che la penisola di Kola, quasi nella sua interezza, e le antistanti terre meridionali debbano tornare alla Finlandia. L’avvelenatissimo territorio in questione, vero cimitero nucleare sovietico (da portare a più veloce bonifica), porterà al superamento storico delle fondate rivendicazioni nazionali finlandesi contro l’annessione stalinista. Ciò perché tale obiettivo è inquadrato nella pacificazione definitiva dei Paesi Europei, processo di cui fa parte a piano titolo la Russia, quale partner e futuro componente dell’Unione e di Eufrasia.
In merito alle presenze di basi ‘di ricerche’ al Polo Sud, e formalizzate rivendicazioni di diritti specifici da parte, in particolare, di Paesi Europei come Regno Unito, Francia Germania, Italia, nel profilo dei contenziosi in pectore con i Paesi prospicenti (Argentina, Cile, Australia, Nuova Zelanda) e con USA, Russia, Giappone etc., ogni confronto non potrà che avvenite in ambito ONU, con la preliminare dichiarazione di tutela integrale della natura del continente antartico.
Con il tornare ad acuirsi del problema degli sbarchi dei profughi e dei migranti in Italia, si riconferma l’assillo dell’Europa per il Mediterraneo inteso come frontiera aperta senza freno e controllo alcuno. In riferimento alla stabilizzazione della Libia, fattore cruciale per potere controllare, contenere, bloccare questi flussi migratori, il processo è ancora all’inizio e non si devono nutrire facili illusioni, anche per la perseverante azione debordante di sfrontate operazioni sottocoperta di avvoltoi europei e vicino orientali sia con ambizioni europeistiche sia con ambizioni di rinnovato panarabismo e panislamismo.
Non di meno, con l’avvicinarsi della data del referendum inglese sulla Brexit, ossia sulla paventata uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si riconferma che l’UE sta vivendo questi mesi nella scomodissima posizione simile a quella di chi stesse imprigionato nel collo di una bottiglia. A dir poco.
Le crisi interne che stanno dilaniando l’Unione Europea sono da imputare non poco a questo quadro generale. Diciamo subito: non si tratta più di confronti polemici tipici delle crisi di crescita, ma di crisi oggettiva dovuta alla scarsa credibilità politica di molti partner, quali partner di meno anziano ingresso nel contesto comunitario (quindi quelli dell’Europa orientale); interlocutori in cui prevale un’irrazionale oltre che egoistica risposta davanti ai problemi  migratori, sorti già da tempo ma repentinamente esplosi con l’arrivo di notevoli masse di profughi siriani. E dei partner scandinavi e anglosassoni.
In realtà, i governi e le opposizioni di questi Paesi hanno affrontato il problema nella più completa incapacità e perfino sconsideratezza politica e hanno dimostrato di essere privi degli strumenti culturali minimali atti a poterli guidare nella comprensione e nella valutazione del problema. Ad essi si aggiungono le variegate e spesso neonate opposizioni che nei Paesi di maggiore peso e anzianità si oppongono con non minore rozzezza e generalizzazione al problema rappresentato dai profughi e dai migranti per lavoro.
In riferimento ai migranti, essi non dimostrano di capire con quale grave miopia hanno agito i loro governi quantomeno nell’ultimo quindicennio, avendo dimostrato una completa sottovalutazione o non valutazione del problema, il quale ha subito una crescita esponenziale ininterrotta. Essi neppure si domandano di sapere chi, all’interno dei loro Paesi, ha favorito per anni la violazione delle leggi sull’immigrazione clandestina e la nascita di nuove norme totalmente permissive. In presenza di eventi incontrollabili e di così elevate proporzioni: ci si è accorti troppo tardi delle fumose e pericolose clausole dei trattati internazionali firmati che de facto abbattono il controllo delle frontiere. Una vera e propria sciagura, giacché anche il Paese e il sistema sociale più permissivi e più solidi economicamente non possono sottrarsi alla responsabilità di individuare delle soglie oltre le quali l’assetto socio-economico viene a subire dei contraccolpi che ricadono innanzitutto sulle fasce più deboli e meno abbienti della loro popolazione. Contraccolpi che producono perciò l’aggravamento del disagio e della povertà di strati della popolazione, e la nascita di movimenti reattivi a carattere xenofobo.
Su questo piano, non siamo a conoscenza dell’adozione di misure socioeconomiche interne da parte dei governi interessati, e in particolare dell’Italia, atte a recuperare risorse finanziarie in modo mirato dalle emorragie prodotte dalle spese parassitarie, dalla sclerosi funzionale burocratica e dai ceti pubblici abbienti politicamente protetti, per aiutare i ceti medi, le fasce deboli e il lancio di una politica grande demografica e di solidarietà sociale.
In merito alle proposte di allocazione urgente di risorse finanziarie nei Paesi d’origine dei processi migratori, la posizione assunta di recente dall’Italia costituisce un valido ma difficile tentativo di rimetter la palla al centro del campo per affrontare davvero con razionalità e senza demagogia siffatta gravissima problematica. La Germania ha già condiviso l’obiettivo ma non il metodo: bisogna arrivare alla condivisione completa, a cui si dovranno quanto prima associare apertamente Francia e Regno Unito (nel caso di no alla Brexit).
È dunque da chiedere: cosa hanno fatto in questi ultimi due decenni i partner europei, soprattutto quelli con maggiore peso politico e in modo particolare quelli che hanno avuto imperi e possedimenti coloniali? È doveroso pure chiedere ai partner più recenti se e come intendono fare parte dell’Unione Europea: considerandola soltanto come fonte di lauti e interminabili finanziamenti a fondo perduto e senza partecipare alla concreta formazioni di una cultura e di una coscienza civile e politica europea?  Soltanto rivolgendo appelli di aiuto e di amicizia agli Stati Uniti e diventando clienti ‘militari’ di Washinghton?
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Alcuni anni addietro, le maggiori Nazioni, con in testa gli US,A decisero di  aiutare  i popoli del Terzo e del Quarto mondo non più accreditando agli uffici dei loro governi le masse monetarie devolute (visto che lungo la filiera della distribuzione degli aiuti arrivava ai poveri, i reali percettori quali veri destinatari, era meno di un quarto del 20% delle somme versate), ma finanziando direttamente i progetti specifici validi da realizzare in loco.
Quale è stato il risultato effettivo raggiunto sul campo da questa valida scelta operata? E, soprattutto, i finanziamenti hanno avuto attuazione e raggiunto quali e quanti obiettivi? E le risorse globali assegnate a questi capitoli sono aumentate o hanno subito decrimenti? In che modo è altrimenti possibile creare istruzione, cultura, circoli virtuosi sociali e lavori produttivi e innovativi in queste regioni depresse e affamate,  spesso sfruttate senza ritegno da un predone neo-neocapitalismo occidentale?
Le salveremo finanziando ancora un debito senza fine che di tanto in tanto viene in parte cancellato? Provocando ulteriori implosioni e profughi e movimenti migratori, anche in combinazione con fenomeni di guerriglie e di guerre eterodirette?
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Davanti a questi problemi, non bisogna agire da sconsiderati o farsi condizionare e trascinare da sconsiderati. Bisogna avere il coraggio di individuare le cause e, individuate le cause, additare con coerenza e determinazione anche quello che non piacerebbe avere scoperto e che non piacerebbe dire. Se non ci si libera da condizionamenti incommentabili e ‘incredibili a crederci e a dirsi’ e da ruoli di subalternità croniche supinamente accettati, non solo non si risolveranno i problemi, ma essi subiranno crescite ipertrofiche e direzioni non sempre prevedibili ed effettive.
Su tutto questo, basti pensare la pietosa scena che abbiamo visto durante il recente incontro di Obama con Cameron, Hollande, Merkel, Renzi in  Europa e che abbiamo rivisto durante il G-7  in Giappone.
In verità, per quanto combattuta anche all’interno della Germania dagli esponenti di un populismo ottuso e inconcludente che si è manifestato pure all’interno della formazione di governo, Angela Merkel è l’unico leader europeo che ha dimostrato e dimostra di affrontare questo problema con la necessaria preparazione e serietà politica e con una saldezza di carattere e una preveggenza, a raffronto con gli altri interlocutori diretti, ammirevoli. Non sta a noi dare pagelle, ma sta nel nostro diritto rilevare e indicare nei modi il più possibile obiettivi l’adeguatezza della dimensione decisionale del potere politico o meno.
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Dell’impreparazione e della sconsideratezza politica all’interno dell’Unione Europea si giova doppiamente la politica estera degli USA. Sia perché fra le cause da additare vi è in primissimo piano l’azione di pervertimento del quadro geopolitico realizzata dalle amministrazioni di Bush sen. e jr. e l’incapacità di Obama di affrancarsi dal consolidato potere degli strateghi neocon. Sia perché in tutti i Paesi dell’Unione chi guida la protesta lo fa in completa cecità, visto che non ha capito e non capisce quali enormi responsabilità ricadono su chi ha tessuto le trame a Washington, a Londra e a Parigi; o non ardisce dirlo. Sia perché questa cieca e reazione facilita, e giova ancor di più, il perseguimento dei subdoli obiettivi che costoro hanno fino ad oggi realizzato. Autolesionismo inconcludente puro e semplice.
A proposito di autolesionismo: è bene ricordare che un’impennata autodistruttiva di non poco conto si ebbe e si ha e avrà ancora per anni con l’assurda decisione di diversi Paesi europei (Norvegia, Danimarca, Turchia e, come co-finanziatori, Regno Unito, Italia, Olanda) di adottare quale cacciabombardiere standard l’F35 statunitense. Fu ed è un micidiale colpo di maglio contro la ricerca tecnologica e l’industria aerospaziale e il lavoro europei, considerando per di più che essi a vario titolo avevano già investito o stavano investendo cifre colossali per progettare e produrre l’EFA Typhoon  (Regno Unito, Germania, Italia, Spagna),  il Rafale (Francia),  il Gripen (Svezia). Il velivolo avrebbe dovuto essere adottato sì e no solo per le esigenze della portaerei leggera italiana, visto che per la nuova portaerei inglese si poteva realizzare la versione navale dell’Eurofighter o del Rafale. Regno Unito, Italia e Olanda hanno versato cifre di finanziamento cospicue per vedersi esclusi del core della tecnologia elettronica, che per gli europei rimane segretata. Sei Paesi i cui governi e stati maggiori hanno agito in modo scopertamente e ingiustificato contro gli interessi nazionali, sotto tutti gli aspetti.

ANNUALITÀ DEL PECCARCHIVIO EVENTIEDITORIALI E ARTICOLIFINALITÀPEC – PECC DOCUMENTI E RIFERIMENTI

4. Dall’Unione Europea a Eufrasia

21 Aprile 2017

DIES ROMANA

DALL’UNIONE EUROPEA A EUFRASIA

CONTESTI INTERNI E INTERNAZIONALI.

PROSPETTIVE DI SVILUPPO E LORO DIREZIONI.

Confini marittimi, politica estera e difesa comuni: cosa deciderà il Regno Unito del dopo Brexit? E soprattutto, cosa deciderà la Francia? – Il pericoloso  e incontenibile impeto dell’egemonismo USA e le sempre più gravide e spinose problematiche  della subalternità tecnologica e della difesa europea, l’apparente nicchiare della Germania e le possibilità, forse flebili, dell’autonoma difesa nucleare europea. – L’inesistente coscienza dei ceti politici e culturali e delle popolazioni sui reali rischi di un’Europa incapace di autodifendersi. Tra force de frappe, frappé e TTPI: le zampate US e lo stupido menar per l’aia il can dal buon fiuto.

Lo scenario della mancata realizzazione di obiettivi comuni a pro della sicurezza europea e della nascita dei primi gradini di una sua reale sovranità è ricco di situazioni consimili, come già avvenne nel caso dell’uscita del Regno Unito dal programma europeo delle fregate (in realtà cacciatorpediniere di squadra, o, con un termine italiano, caccia conduttori), che seguì per proprio conto, lasciando andare avanti solo francesi e italiani. La Germania prese una sua strada; la Spagna continuò a dipendere dagli USA e poi si associò alla Germania. E così via.

IL 37° STORMO TRA F-16 ED EUROFIGHTER - Blog Before Flight Italia - News di  Aviazione

Il problema oggi si ripropone a proposito dei velivoli da ricognizione non pilotati, UAV. Abbiamo un proliferare di progetti e di stagnazioni politiche. Il caso più rilevante è quello relativo al progetto MALE su cui si erano accordate le industrie di punta francesi, tedesche e italiane e che era stato ufficialmente fatto proprio dai governi, con il relativo protocollo firmato dai tre ministri della difesa. Esso rivestiva carattere d’urgenza. A tre anni, siamo fermi. L’industria USA continua a vendere anche in questo delicato settore i suoi mezzi e l’Europa continua a svolgere il ruolo di mero cliente, il che sul piano politico significa esprimere soltanto subalternità di fatto.

cacciabombardiere medio-pesante F35, VI generazione, ‘liberamente imposto’ dagli USA: ha massacrato l’industria europea, preparato il ruolo quasi esclusivo di ‘attacco’, compromesso la difesa aerea dei Paesi europei

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Lo sciovinismo, espressione di superbia e arroganza, non paga. A che servono la difesa a giro d’orizzonte con la force de frappe e lo strumento della deterrenza inglese (con mezzi americani ) totalmente scollegati e avulsi dalla realtà europea? Qui siamo oltre il ridicolo. Su questi aspetti e sulle possibili soluzioni, abbiamo formulato concrete ipotesi in altre comunicazioni.
primi voli rafale francesi sulla Siria

Il caccia francese Rafale, corrispettivo dell’EFA, avrebbe potuto equipaggiare le due portaerei inglesi per il mancato sviluppo della variante navale dell’EFA. Londra ha preferito gli F38, con un capitale dell’8% e completa sudditanza ‘speciale’

Il più pericoloso condizionamento allo sviluppo della sovranità europea oggi tuttavia proviene dal massiccio pressing che finanza industria e politica USA esercitano sull’Europa al fine di arrivare alla firma del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP). Esso ha trovato forti sponde in Europa, nell’ambito di precisi settori industriali, nutriti di egoistici interessi settoriali, cosa molto pericolosa. Non bastano le puntualizzazioni di Hollande.
Bisogna fare quadrato contro l’oligopolio dei trust speculativi, specie contro quelli che operano nel settore agricolo, dell’alimentazione e della salute. I loro interessi collidono con quelli degli Stati, dei lavoratori e delle libertà fondamentali dei cittadini. La sfera dei diritti sarebbe solo merce alla mercé di questi potentati, come già ampiamente insegnano gli avvenimenti più recenti un po’ ovunque, ad iniziare proprio dalla sudditanza a cui sono stati ridotti i cittadini americani.  Ricordiamoci che tutto questo ha già comportato per l’Europa lo scontro passivamente subito con la Russia e la sua emarginazione. Uno scacco incredibile, foriero di negative ricadute economiche e lavorative, oltre che amicali e strategiche.
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L’eventuale uscita inglese dall’Unione Europea porterebbe il Regno Unito in un cul de sac, a dir poco. La politica interna sarebbe soggetta a contrasti insanabili, visto che una cospicua minoranza sarebbe sempre pro-europeista e la maggioranza degli scozzesi ha votato per la non separazione da Londra nell’ambito di un’irrinunciabile appartenenza all’Unione Europea. Le utopie maniacali del dorato isolazionismo sorrette da una cultura ideologica che si appoggia sull’esistenza dello spettro del Commonwealth e sulla splendida pentapoli oceanica costituita da Regno Unito – Canada – Australia – Nuova Zelanda – domini minori con tutela degli USA ha il fiato corto: una pusillanime entità al completo servizio degli interessi incontrastati dell’oligopolio e della strategia della Casa Bianca. Domestici al loro sevizio. Niente altro.
Cameron ha messo sotto la giusta luce le grandi perdite a cui andrebbero incontro gli inglesi con l’uscita dall’Unione Europea. Ciò pero non è cosa esauriente e segue un percorso sbagliato. Oramai per il Regno Unito si tratta di affermare con parole chiare se vole far parte del dato fondativo dell’Europa, che è quello culturale. Il patrimonio condiviso  di idee, valori, storie e infine interessi economici che deve costituisce la salda e indiscussa base delle prospettive di un futuro quanto mai prossimo comune. Un futuro in cui si parla di generazioni europee e di Europa tout court. Un fallo non meno grave commesso da Cameron è stato quello di avere fatto plateali passi indietro in merito alle urgenti decisioni da assumere per venire incontro alla tragedia umanitaria dei profughi e dei migranti che si sta abbattendo sull’Europa mediterranea. Si è ritrovato in buona compagnia con la compagine dei Paesi del Baltico e dell’Europa orientale, purtroppo.
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Boris Johnson, il distruttivo demagogo, il cui ruolo di guerrafondaio può essere accostato a quello di W. Churchill

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Gli inglesi non possono incorrere nell’errore in cui sono caduti gli attuali governanti turchi, i quali hanno messo soprattutto in luce gli aspetti geo-politico-economici tralasciando di soffermarsi sui mattoni della vita: sui valori di cui si nutre (anche se male e con contraddizioni vistose) e si dovrà nutrire la grande Europa, l’Eufrasia. 
Essi sono la condivisione dei valori della libertà di coscienza e delle libertà civili.
I modelli politico-costituzionali con cui si intende realizzare questi obiettivi fondativi possono essere diversi, oltre ogni dogma tardo ottocentesco. L’importante è che la linfa vitale ci porti  agli sviluppi tanto agognati, a pro delle future generazioni europee e dell’umanità. Quest’ultimo aspetto riguarda sia gli Stati dell’Europa orientale che l’Italia, vittima di un modello costituzionale non soltanto non adeguato quanto, soprattutto, mai adempiuto in riferimento ad articoli di importanza cruciale.

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