Siria. Archeologi europei: querelle e bon ton alla griglia. Perché mai?

Posted on Posted in Editoriali e articoli
23 Febbraio 2017
Domenico Cambareri
Segretario Generale PECC

 

 

 

 

 

 

GUERRA IN SIRIA

COMUNICATO IN MERITO ALLE POLEMICHE FRA ARCHEOLOGI

 

Abbiamo appreso con incredulità dello scontro dai toni perfino molto accesi in corso fra archeologi europei e occidentali dopo la visita effettuata da alcuni studiosi lo scorso dicembre a Damasco, su invito del governo legittimo.
Abbiamo constatato che la querelle è trascesa e degenerata, in barba a ogni bon ton, in scontro aperto per gli attacchi faziosi e estremi in particolare di Marc Lebeau (“collaborazionista” dei misfatti della Casa Bianca?) contro altri studiosi. E che altri ci si sono trovati coinvolti obtorto collo perché non avrebbero voluto prestarsi a fraintendimenti e strumentalizzazioni, volendo esprimere solo una limpida opinione individuale di fronte all’opportunità o meno di accogliere l’invito siriano per di recarsi a Damasco. E quindi di condividere oppure no la scelta operata dai loro colleghi.
Premesso che sin dagli albori della disciplina, gli archeologi operano nelle più diverse regioni a prescindere dalle contese e dalle vicissitudini di natura politica;
premesso che il Premio Europeo Capo Circeo ha attribuito riconoscimenti a Personalità di prestigio mondiale in campo archeologico, che annovera Personalità dell’Archeologia nel suo Comitato d’Onore e nella Commissione per l’attribuzione del Premio, che ritiene il Patrimonio archeologico panmediterraneo fonte di principi e valori di mutua comprensione culturale universale e di coesione sovranazionale fra i popoli euroafroasiatici del Mediterraneo;
dato che il PECC ritiene che: – l’Archeologia (come non di meno le discipline etnoantropologiche e le altre che operano sul campo) ricopre e debba ricoprire un ruolo di primissimo piano nell’ambito dei rapporti culturali internazionali e che il potere politico debba rispettosamente lasciare ai singoli studiosi piena libertà di giudizio e autonomia nella scelta delle decisioni individuali da assumere davanti a contesti di particolare rilevanza sia professionale che etica e irti di pericoli e di trappole, e che dette decisioni vadano rispettate e salvaguardate; – gli archeologi non si debbano prestare a operazioni d’immagine che nascondano finalità diverse e non si facciano coinvolgere in compromettenti operazioni diplomatiche e d’intelligence a danno dei Paesi che li ospitano, sia pure condotte con fini in apparenza altamente umanitari, e che essi sono altresì tenuti al rispetto delle decisioni politiche dei loro governi in presenza di attività di ricerca finanziate con risorse pubbliche;
constatato che nella fattispecie della guerra siriana si è trattato e si tratta di una guerra non convenzionale in quanto frutto di una cinica operazione di strategia indiretta che ha scatenato una guerra surrogata e che i primi registi e attori dichiarati sono stati i governi degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita, con il complemento dei regni del Golfo, del Regno Unito e della Francia, della Turchia (fino a dicembre scorso, per quanto è dato dalle fonti d’informazione) e che essi sono stati i creatori dell’Isis o Daesh (come lo furono in precedenza di Al Qaeda e come sono direttamente o indirettamente coinvolti nell’attacco suicida dell’11 settembre contro gli obiettivi civili e contro il Pentagono USA: tutte fonti ufficiali governative e parlamentari USA; ricordiamo in particolare lo scontro fra Obama e potere legislativo in merito alla desecretazione dei documenti implicanti  responsabilità saudite ai massimi livelli dinastici in merito all’attacco dell’11 settembre, documenti  pubblicati con omissis per quanto ci risulta, e le incontrovertibili, limpidissime dichiarazioni dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton su Isis/Daesh);
constatato che con questa guerra che segue le “due e mezzo” precedenti contro l’Iraq con motivazioni scopertamente false e con prove create ad hoc, come oggi è riconosciuto dagli stessi primi artefici e attori (USA, Regno Unito); constatato dunque che con queste guerre le “democrazie occidentali” hanno decapitato con estrema lucidità i due regimi e distrutto i due Paesi sicuramente non democratici ma non teocratici e al massimo grado occidentalizzati nella cultura e nei costumi dei giovani delle aree urbane, dei ceti medi e dei vertici politici, militari, economici al confronto con i popoli e le “classi medie” (!) di tutti gli altri Paesi del Vicino Oriente arabo, facendo piombare questi popoli in uno stato di conflitto interno e esterno perpetuo e di endemica crisi umanitaria (è occasione opportuna per ricordare che l’Egitto e le Nazioni del Nord Africa sono “Paesi arabi” in senso del tutto improprio);
constatato altresì che tutto ciò avviene nel contesto delle guerre all’interno del mondo islamico fra i due poli iraniano e saudita e che gli inestricabili aspetti religiosi sono sussunti entro un quadro di esercizio bellico al fine dell’affermazione di potenza regionale da parte di questi due protagonisti, e che i riferimenti agli equilibri complessivi panmediterranei e dell’Oceano indiano occidentale sono corretti e doverosi, quanto quello delle disputa sul diritto alla rifertilizzazione per uso pacifico dell’uranio (Iran) e dello strumento “bellico” delle sanzioni economiche, e che in tutto questo entra il gioco il ruolo dell’egemonia neo-neocolonialista che gli USA intendono preservare ad ogni costo, con i collaboranti Regno Unito e Francia;
constatato che le organizzazioni rivoluzionarie anti Assad hanno condotto sistematicamente le loro operazioni secondo criteri di guerra non convenzionale, utilizzando popolazione civile e abitazioni come sistematico camuffamento e strumento di protezione;
constatato che le vittime per “fuoco amico”, per “danni collaterali”, per coinvolgimento passivo e forzato, colpite in scuole ospedali e abitazioni civili in cui spesso erano annidati i terroristi/guerriglieri “moderati” (sic!) armati da USA e monarchie della penisola arabica e appendici europee (UK, Fr) e i terroristi dell’Isis “sfuggita di mano”, ci sono state purtroppo per anni, e che mai è stato denunciato dalle organizzazioni “umanitarie” occidentali che tali reiterati crimini presentavano e presentano chiaramente le peculiarità dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità;
constatato che il virulento attacco dell’archeologo belga è avvenuto con sincronia con quanto è stato mosso a livello mediatico dagli USA a partire da novembre e che ha avuto la sua acme a dicembre con lo sfrontato, scandaloso attacco portato dall’ambasciatrice USA al Consiglio di Sicurezza ONU, accusando il governo siriano e le forze armate russe di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità commesse ad Aleppo, senza avere mai prima riconosciuto i crimini commessi in Siria direttamente dagli USA e dai suoi mercenari e senza avere illustrato su come i mercenari degli americani e dei sauditi guerreggiavano nella città ;
invita gli archeologi, gli studiosi tutti e gli uomini liberi a valutare con accortezza e saggezza quanto è accaduto e sta accadendo in Siria e in Iraq – dove l’Isis è sconfitta e dove sempre riemerge, sino a ritornare a Palmira per riprendere la sua opera di distruzione, pure dei beni archeologici, e sino a mai perdere il controllo di Mosul – fornendosi dapprima di adeguate conoscenze informative che, nonostante il dilagare della disinformazione,  sussistono, così da potere esprimersi con fondata cognizione di causa;
li invita in modo pressante ad affrancarsi dai condizionamenti culturali occidentali e soprattutto da quelli ideologici, in particolare quelli del neo-neo-colonialismo che purtroppo permea   in profondità e in modo conclamato le “cointeressenze” della politica estera dei governi degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Francia e dei loro ininterrotti vernissage mediatici di disinformazione attuati con modalità e tecniche subdole e pervasive;
invita a rispettare, alla luce di queste essenziali considerazioni, le decisioni liberamente assunte da ciascun archeologo, da ciascun studioso in merito alla opportunità di accogliere gli inviti provenienti dall’ancora legittimo governo siriano dell’ancora sovrana e attaccata Siria. Al di là dai giudizi di merito sul regime che incarna questo potere, giudizi che potrebbero risultare fuorviati e fuorvianti, a danno della terzietà del giudizio di cui qui si viene a focalizzare in modo inequivocabile l’ambito.
Ogni archeologo, ogni studioso, ogni persona libera ha motivo di soppesare in tutta coscienza i fatti di cui è a conoscenza e di operare in coerenza la sua scelta, certo come è che sia l’una che l’altra opzione si presterà alle osservazioni e alle critiche. L’importante è che esse siano condotte con bon ton e non con l’irruente faziosità che intende o vuole apertamente sopraffare l’ opinione diversa, il giudizio differente, non meno legittimi dei suoi.
Agli archeologi attaccati in modo così spregevole non possiamo non esprimere la nostra piena solidarietà. A tutti gli archeologi di buona volontà auguriamo un confronto chiarificatore, pur nel rispetto delle loro posizioni debitamente e onestamente motivate.
L’Archeologia non può essere al servizio dei governi di turno, dei loro scopi, dei loro interessi, purtroppo perentoriamente spacciati e confusi con quelli dei loro popoli. Men che mai nel contesto delle “guerre democratiche” del governo USA e dei suoi partner in Siria e in Iraq.

 

 

One thought on “Siria. Archeologi europei: querelle e bon ton alla griglia. Perché mai?

  1. Da figlio di un archeologo classico di caratura internazionale non posso che condividere in pieno la lucida analisi esposta nell’articolo!

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