Genocidio armeno,Turchia, Unione Europea

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24 Aprile 2014

 

 

 

Genocidio Armeno e futuro della Turchia nell’Unione Europea

 

 

 

 

Il 24 aprile ricorre l’anniversario delle stragi degli armeni compiute in Turchia nel 1915- 1916. Le schermaglie diplomatiche che in questi giorni stanno opponendo il governo turco di  Abdullah Gül che ha nel presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan il suo “indiscusso” ma discutibilissimo leader, alle altre Nazioni e sopra tutto al mondo della ricerca storica, hanno coinvolto anche il papa cattolico per le sue affermazioni in merito a questo genocidio dimenticato.

La Turchia di Erdoğan, in riferimento alle stragi degli armeni, in questi anni ha percorso un doppio binario, che in fin dei conti corrisponde alle posizioni assunte dai precedenti governi di Ankara. Si sostiene, infatti, da un lato, che le stragi non coinvolgono l’attuale Turchia che è nata come Stato dal disfacimento dell’impero ottomano in seguito alla sconfitta della prima guerra mondiale.  Essa infatti nasce  nel 1923 con l’imbattibile determinazione di Mustafa Kemal, detto Atatürk o “padre della Patria”. Cioè alcuni anni dopo la consumazione del “grande crimine”. Dall’altro lato, si sostiene da parte turca che l’utilizzazione del termine genocidio avviene in violazione a quanto  è da questo termine implicato in materia di accordi internazionali  nella sua specifica valenza giuridica. Su tutti i due i piani, le argomentazioni turche risultano fondate.

Quello che si viene ad eccepire è però il fatto che, attraverso queste corrette precisazioni, si sia operato nell’ambito della vita politica, culturale e sociale turca una rimozione pressoché integrale dei massacri perpetrati, arrivando  sino a negarne la storicità. Inoltre, il termine genocidio è entrato nel circuito linguistico corrente per indicare la consumazione di massacri su larga scala, realizzata con precisi obiettivi  e con precisi calcoli e misure e strumenti. Una vera coltre del silenzio, in Turchia, che non è affatto giustificabile davanti a un così sproporzionato crimine commesso in età così recente.

Ciò non è affatto giustificabile neppure davanti alle esigenze, peraltro temporanee e non perpetue, delle nuove guide della nuova Turchia al fine di fare coagulare una nuova identità e un nuovo sentimento nazionale, purtroppo fortemente etnico-nazionalista e sciovinista quanto inaccettabile, perché vi era piena consapevolezza che vi fosse la presenza di diverse e non insignificanti minoranze etniche, che ebbero a sperimentare altri massacri, circoscritti ma terribili, a metà degli anni venti.

Oggi la Turchia si trascina dietro la colpa di questa rimozione e questi ulteriori non indifferenti problemi. Se delle assurdità della realtà geografica della Turchia contemporanea furono responsabili i vincitori di allora con i trattati che imposero artificialissimi confini al fine di rendere il  Paese e tutto lo scacchiere vicino-orientale fortemente e cronicamente instabili al fine di poterli controllare, condizionare utilizzare per i propri scopi, non di meno lo sono stati i governi turchi. Essi  mai hanno saputo affrontare e risolvere i problemi in cui sono annegati con continui assilli, arrivando ad attuare coraggiose  rinunce geografiche (in fin dei conti effettivamente liberatrici per gli stessi turchi), oppure attuando la completa e reale integrazione nella società turca di queste minoranze, costituendo una società multietnica con prevalenza turca.

A nulla serve poi osservare che tanti altri crimini di massa  dell’età contemporanea  e moderna sono ancora disconosciuti dagli Stati e dalle Organizzazioni internazionali. Parliamo, fra l’altro, degli etnocidi di lunga durata degli indiani dei due emisferi americani; degli sterminati e pluridecennali massacri di cittadini delle più diverse nazionalità dell’Unione Sovietica per cifre davvero strabilianti, dei morti per carestia in India i cui effetti tragici furono determinati (anche qui con cifre spaventose) dalle speculazioni dei mercanti e dal lasciar fare della politica imperialistica inglese, la nullificazione dei corpi dei cittadini di Hiroshima e Nagasaki per demenziali motivazioni inventate di sana pianta (cosa ancor più grave) dagli statunitensi. Arriverà il momento in futuro in cui i governi che continuano a coprire questi crimini e altri ancora di più o meno grandi proporzioni dovranno anch’essi chinare il capo e che non basterà l’arroganza del potere  e della supremazia per porre fine alle espunzioni di comodo. La storia ha sempre i momenti in cui i giri di boa diventano obbligati, per chiunque. Importantissimo su questo piano è il ruolo della ricerca storica, affrancata da servaggi ideologici e verso il potere di turno, sia esso politico, economico, religioso.

Siamo stati tra i primi in Italia a promuovere con convinzione l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, sicuri che ciò potesse anche favorire durante il processo preparatorio una maturazione indispensabile da parte del ceto politico, culturale e economico turco al fine di mettere in cantiere scelte adeguate e intelligenti atte a superare queste gravi problematiche. Rimaniamo convinti della giustezza e della fondatezza della nostra proposta e della validità del suo obiettivo finale.

Proponiamo qui la lettura della conferenza tenuta dall’Ambasciatore della Repubblica di Turchia, Dr. Ugur Ziyal, nel 2007, su invito dell’Associazione per l’Amicizia Italo-germanica di Roma, fondata dal Dr. Gino Ragno, al fine di favorire reciproche, beneauguranti prospettive.

Risultano chiari i limiti espressi dalla posizione turca in essa espressa, poiché essa tendeva ad accentrare gli aspetti positivi entro un’ottica squisitamente strategica e economica, tralasciando quelli relativi all’accesso entro un’entità socio-culturale e politica che nella dimensione della vita dei popoli europei veniva e viene a svolgere  ruolo comprimario.

Risultano altresì chiari i limiti in riferimento alla questione religiosa, laddove si mettono sul tappeto in modo rimarchevole le differenze confessionali esistenti fra i popoli europei e quello turco. Questo aspetto è sicuramente accentuato in modo vistoso dall’odierna realtà politica interna turca, espressa dalla posizione del partito di Erdoğan, che risulta essere sul piano storico quasi antitetica a quella dei precedenti governi e degli archi di volta realizzati dal padre della Patria, Mustafa Kemal, che creò una Turchia laica già da allora legata a doppio filo ai processi culturali occidentali (cosa che Erdoğan si è affrettato a smantellare).

In realtà, nell’Unione Europea siamo in presenza di Stati in generale fondamentalmente laici, in cui lo strato cristiano assolutamente prevalente risulta essere fortemente “storicizzato”. Per di più, le monarchie e le repubbliche “cristiane” hanno raggiunto al loro interno e nel contesto europeo una condizione di sicurezza a partire dalla nascita dello Stato assoluto moderno e dell’affermazione definitiva dei principi dell’Illuminismo, Ciò ha consentito di conseguire l’ambitissima meta della coesistenza all’interno di uno stesso Paese di fedeli di varie confessioni  cristiane (i cui antenati e le cui gerarchie si erano massacrati o comunque osteggiati senza posa), delle eventuali minoranze non cristiane  e dei cittadini non aderenti e non praticanti alcun credo religioso. Invece, il mondo islamico è ancora ferocemente diviso dalle sanguinose lotte confessionali.

Sta al popolo turco e alle sue élite  sapere percorrere nel migliore dei modi il tragitto mancante. Sta al popolo turco e alle sue élite, culturalmente vicine all’Europa, sapere trovare la via di un proprio “illuminismo” atto ad affrancare la dimensione della vita civile individuale e collettiva dalla dimensione “totalitaria” della categoria del religioso, così come è già accaduto in Europa, dove per secoli le autorità religiose si erano sopraelevate al potere civile e avevano imposto l’esclusività dei loro dettami. Alla fine, la dimensione della fede nella vita vissuta di tutti i giorni ne è uscita fortemente ridotta nei ranghi e nel ruolo svolto ma chiarificata e irrobustita nelle convinzioni e nella spontanee e sentite adesione. E questo è ciò che conta.

Noi abbiamo fatto un passo ulteriore in direzione del fecondo incontro tra popolo turco e popoli dell’Unione Europea. Abbiamo assegnato il meritato Premio, Edizione 2013, all’imprenditrice e past president della Confidustria turca, Umit Boyner, mentre ancora non lo abbiamo assegnato a personalità di molti fra i Paesi che fanno parte dell’Unione Europea.

 

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